30 giu 2017

La teologia delle privatizzazioni*

La Prima Repubblica era fondata sulla partecipazione statale. Non era possibile altrimenti, perché lo sviluppo che si è avuto nel dopoguerra non era concepibile senza l’apporto decisivo dei finanziamenti pubblici. Era lo stesso capitalismo in embrione che, per crescere, aveva bisogno dell’intervento dello Stato. Ma quando il capitalismo è cambiato, quando non ha avuto più necessità di appoggiarsi alla mano pubblica, e anzi questa diventava un ostacolo all’ulteriore espansione dei profitti, ecco che ciò che fino a quel momento veniva considerato come necessario, diventava improvvisamente superato e “inefficiente”.
Così, dagli anni Novanta, nel nostro paese si è incominciato a parlare di privatizzazioni. Ciò è avvenuto anche a causa di una mutata cornice politica nazionale e internazionale: non c’era più il PCI, come tutti i partiti maggiori della Prima Repubblica, i quali erano, almeno in parte, statalisti (DC e PSI); non c’era più l’Unione Sovietica che serviva da monito e avvertimento per il capitalismo occidentale. La sinistra era diventata liberista e si trovava in prima fila nel promuovere la dismissione dei beni pubblici. Le ragioni della sua urgenza venivano individuate nella necessità di ridurre il debito pubblico, di  rendere le aziende statali (“carrozzoni”, come venivano chiamate) più efficienti e competitive e, infine, di contrastare fenomeni di corruzione e clientelismo.
A distanza di oltre vent’anni si può dire che nessuno di questi scopi è stato raggiunto. Il debito pubblico non è diminuito (se non di poco per un breve periodo, per poi tornare di nuovo a crescere più di prima) le aziende privatizzate non sono più efficienti, anzi, presentano numerosi disservizi e hanno rischiato il fallimento, l’illegalità esiste nel privato tanto quanto nel pubblico. Gli effetti delle privatizzazioni, senza il bisogno di scomodare dati tra l’altro inoppugnabili, sono evidenti empiricamente a chiunque. Se si prende il caso dell’Enel, i costi per l’utenza sono aumentati, a fronte di un peggioramento nella qualità del servizio. Subito dopo la privatizzazione dell’energia elettrica gli investimenti industriali impegnano solo il 30% dei fondi dal 59 del quinquennio precedente. Stesso discorso per le Autostrade, dove crollano i cavalcavia perché la società risparmia sulla manutenzione e le tariffe hanno raggiunto livelli inediti noti a qualsiasi automobilista, mentre i ricavi sono cresciuti in misura considerevole.
Ma ciò non è bastato e si è continuato ossessivamente a ripetere il mantra delle privatizzazioni, alimentato dai sacerdoti delle facoltà di economia (quelli che hanno sbagliato tutte le previsioni) che sono giunte all’ultima tranche con la quotazione in borsa delle Poste e di una parte delle Ferrovie (nessuno si domanda cos’altro ci si venderà quando si sarà venduto tutto).
Che cos’è che non funziona nella privatizzazioni? Non si tratta del “modo” in cui si è privatizzato: gli stessi effetti si notano infatti in tutti i settori, anche in quelli maggiormente liberalizzati, come la telefonia (contrariamente alla filastrocca della liberalizzazione del mercato come passo successivo alla privatizzazione per renderla benefica). Non si tratta di una qualche tara nazionale, che come spesso avviene, nasconde le vere cause dietro un pregiudizio autorazzista. Gli stessi disagi, infatti, si possono osservare in molti altri paesi, anche quelli considerati dalla retorica autorazzista come “virtuosi” (basti pensare all’Olanda dove la privatizzazione delle poste ha causato la chiusura del 90% degli uffici). Il vero problema è strutturale, e riguarda la differenza tra utilità privata e aziendale e benessere pubblico e sociale. Le due cose non coincidono. Non si tratta affatto di un assunto banale, perché molti economisti hanno teorizzato il contrario. Secondo l’ideologia liberista se ogni individuo privato agisce per il proprio interesse personale, questo, per una sorta di congiunzione astrale, dovrebbe assicurare il benessere collettivo. L’individuo è l’unico a conoscere il proprio interesse e l’unico a sapere come soddisfarlo, ma così facendo, egli, collaborerebbe senza volerlo al benessere di tutti. Questa credenza religiosa (perché tale è) prima ancora che filosofica – e solo conseguentemente economica – è il vero fondamento del liberismo. Per questo i liberisti credono nelle virtù salvifiche del mercato, dove ogni operatore ricercando il proprio guadagno lavorerebbe per il bene collettivo. Questa teoria è stata sviluppata nel XVIII secolo per un’unica ragione: contrastare il potere dello Stato; lo Stato non sarebbe “per natura” in grado di assicurare il bene né per l’individuo, né (e questa è la vera innovazione del liberismo) per la società. L’unica possibilità è che lo Stato sia ridotto alle funzioni essenziali e il resto venga lasciato alla libera contrattazione dei privati (che in realtà, poi, tanto “libera” non è). Così per i liberisti privatizzare è un imperativo ideologico e religioso, non “tecnico” e scientifico. Per loro la gestione statale è sempre sbagliata e quella privata sempre corretta.
Fatta questa parentesi, torniamo alla distinzione tra interesse privato e interesse collettivo. Poiché per i liberisti le due cose coincidono – in quanto, come si è detto, agendo il soggetto privato per il proprio interesse agisce anche, involontariamente, per l’interesse di tutti – l’utile aziendale vuol dire sempre un beneficio per la società. Peccato però che i fatti, come diceva qualcuno, “hanno la testa dura” e non ne vogliono sapere delle teorie dei liberisti. Si possono aumentare i profitti, certo, investendo, assumendo nuovi lavoratori, ampliando la produzione, migliorando il prodotto, persino aumentando i salari. Ma questa non è la via comunemente scelta, soprattutto nell’attuale periodo storico nel quale si tende a tagliare investimenti, posti di lavoro, salari e a risparmiare sulla qualità del prodotto. Ciò assicura guadagni agli azionisti, ma non si può certo dire che comporti un bene per la società, poiché fa crescere la disoccupazione, rende beni e servizi più costosi e riduce i salari dei lavoratori. Il bene privato non coincide con il bene pubblico, e questa è una verità difficilmente contestabile.
Perché allora i liberisti si ostinano a sostenere il contrario? Sicuramente in parte lo fanno per fede: piuttosto che rimettere l’ideologia in discussione preferiscono negare la realtà: è una difesa psicologica abbastanza comune e diffusa. Ma questo non basta a spiegare la ragione per cui una teoria errata (e, in questo caso, palesemente e clamorosamente errata) continua a resistere. C’è un altro motivo, che va ricercato non nelle idee e nelle credenze, ma nel fatto materiale “nudo e crudo”. La domanda che bisognerebbe porsi ogni volta che si valuta la fondatezza di una teoria è: “a chi giova e a chi nuoce?” ovvero: “a quale gruppo sociale conviene e quale gruppo sociale penalizza?”. Rispondere a questa domanda significa aver fatto luce su buona parte dei fondamenti della teoria. Nel nostro caso, quindi, chiedendoci a chi giovino il liberismo e le privatizzazioni, la risposta non può che essere: ai grandi colossi industriali e finanziari. Le privatizzazioni sono state una irrinunciabile opportunità di guadagno per le multinazionali, che hanno potuto acquisire ex aziende pubbliche indebitate, ristrutturarle e rivenderle realizzando così immensi profitti. In una fase del capitalismo di saturazione dei mercati, le aziende pubbliche hanno rappresentato la “gallina dalle uova d’oro”. Questa e soltanto questa è la ragione del persistere delle privatizzazioni compulsive e delle mistiche che hanno il compito di giustificarle. L’elemento ideologico, come insegna Marx, è sempre unito all’elemento economico. Una certa visione del mondo può imporsi solo laddove si saldi con gli interessi materiali di un gruppo sociale abbastanza forte.










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La squallida festività del centro commerciale*

“Aperto anche a Pasqua” è la scritta che molti hanno potuto leggere all’ingresso di molti negozi in tutta Italia, e che vedranno sempre più spesso negli anni a venire.
Ma i lavoratori dell’outlet di Serravalle Scrivia non erano d’accordo. Così due cortei hanno bloccato le entrate, per impedire l’accesso a imperterriti clienti decisi a trascorrere un giorno di festa, uno degli ultimi ancora liberi dallo sfruttamento, nel tempio del consumo. Ma a quanto pare ad alcuni irriducibili consumatori non sono bastati neanche i picchetti e gli insulti dei manifestanti per convincersi a desistere.
Molti lavoratori non hanno partecipato alla protesta, e perché costretti dai capi, e perché rassegnati a una vita sacrificata sull’altare del Dio Capitale. E la rassegnazione emerge dalle parole del sindaco del paese, che su di essa ha trovato motivo di lucro, economico ed elettorale: “Siamo in un’economia di mercato” dice “Io comunque non avrei potuto fare nessuna ordinanza per chiudere, anche perché siamo zona turistica”. Il centro commerciale porta soldi e turisti, e l’economia urbana non può che giovarne. “Siamo in un’economia di mercato”, è il capitalismo, bellezza!
Le liberalizzazioni degli orari hanno progressivamente ridotto il tempo libero (dove “libero” deve intendersi non soltanto come non occupato dal lavoro individuale ma nemmeno dal consumo). Prima si è cominciato ad aprire i supermercati saltuariamente di domenica, poi si è approdati all’apertura domenicale fissa, infine si è passati ad aperture eccezionali a Natale, a Pasqua, a Capodanno. Persino il 25 aprile, la Festa della Liberazione e il Primo Maggio, Festa dei Lavoratori, quasi con una triste e cinica ironia. Alcune grandi catene hanno addirittura pensato di introdurre l’apertura di ventiquattro ore, sull’esempio degli Stati Uniti, dove ormai è da tempo una prassi consolidata. L’Italia in questo campo, come direbbero i cantori del “progresso” neoliberale, non è “rimasta indietro”: siamo l’unico paese in Europa a non aver nessun tipo di restrizione sugli orari degli esercizi commerciali. E laddove esistono ancora lavoratori recalcitranti ci pensano i contratti flessibili e la minaccia dei licenziamenti “facili” a far loro cambiare idea.
Il valore di scambio colonizza tempi e spazi. Lavora di più, chi può lavorare, perché chi non lavora abbassi le pretese e non sia troppo “choosy”, come diceva un ex ministro in lacrime; e tutti quanti, poi, consumano. E perché questo avvenga nuovi spazi devono essere strappati alla vita comunitaria, a ciò che ne rimane, o alle rare nicchie di ambiente non ancora urbanizzato, per essere messi a profitto dalla produzione-consumo. Supermercati, grandi catene, negozi che contengono altri negozi al loro interno come scatole cinesi, vere e proprie città consumistiche, l’ultima frontiera della grande distribuzione.
L’outlet di Serravalle Scrivia è una delle tante cittadine commerciali – la più grande d’Europa – dove la gente può passeggiare, girando per i negozi attaccati l’uno all’altro, scorrendo di vetrina in vetrina, arrivando a mani vuote e andandosene, al calar del sole, carica di buste gonfie di merce acquistata in saldo. È l’esemplificazione perfetta di come il capitalismo abbia colonizzato tutti gli spazi e tutti i tempi di esistenza, e di conseguenza l’immaginario e le (in)coscienze. Probabilmente, molti di coloro che la domenica sono immersi nella gioia effimera della liturgia consumistica, il giorno dopo dovranno tornare a lavorare in un altro centro del consumo. Turni massacranti, contratti flessibili, con la minaccia del licenziamento o del mancato rinnovo, che il capitalismo postmoderno costringe ad accettare quasi con un senso di colpa, perché il lavoro è poco e chi ce l’ha deve essere grato e non fare tante storie. Ma quando non si lavora non si riesce a fare nient’altro che far lavorare altri, i quali producono non per quello di cui la società umana abbisogna, ma perché altri possano consumare. E tutto si svolge in questa turnazione, dove il lavorare-per-il-consumo si alterna al consumo: il valore di scambio forgia per intero le nostre vite. Si arriva al paradosso che se anche esistessero turni e orari più umani, molti non saprebbero che farsene, se non trascorrere il tempo in qualche grande catena, in un fast-food o in un parco divertimenti, con tutta la famiglia al seguito. Perché la colonizzazione dei luoghi e dei tempi non è qualcosa di meramente negativo, che sottrae ai luoghi e ai tempi liberi, ma è la loro modulazione, definizione, la loro stessa creazione e ideazione.
Un esempio illuminante è la mutazione della piazza – e l’Italia urbana, si può dire, si è fondata sulla piazza. Da centro e fulcro della vita pubblica cittadina sia religiosa (la chiesa) che laica (Il Comune, la Prefettura, ecc.) a non-luogo, simulacro di se stesso per attrarre turisti. La piazza, nella postmodernità, ha perduto la sua centralità come luogo della vita comunitaria e politica della popolazione urbana (anche perché praticamente non esiste più una vita comunitaria e politica). Le piazze d’Italia, nella loro magnificenza ereditata dal passato, sono state riadattate a luogo di semplice transito pedonale, “appoggio” per i locali, i bar e i ristoranti che vi si affacciano invadendola con i loro tavolini, cartoline turistiche, parcheggi (a pagamento) dove depositare l’auto per recarsi a lavorare o a consumare. Non più centri del pubblico, del collettivo e del politico, ma propaggini del mercato, del profitto e dell’individualistico.
Non bastano, quindi, le sacrosante rivendicazione lavorative, soltanto simulate dai sindacati e di cui oggi ci sarebbe bisogno urgente; per sfuggire alla morte civile e ripensare a un’autentica ribellione alla costellazione capitalistica odierna bisogna ridefinire gli spazi e i tempi, modellati dalle esigenze del profitto e del consumo, sulla base di istanze non consumistiche e non capitalistiche, di vita associata e di politica intesa nel suo più alto significato.









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31 mag 2017

Carità di Stato*

Lo hanno chiamato “Reddito di inclusione” il contributo del governo per le famiglie al di sotto della soglia di povertà assoluta, che dovrà sostituire il precedente “Sostegno per l’inclusione attiva”. Al di là del lessico, si tratta di qualche leggero ritocco che lascia inalterata la sostanza.
Rimane la concezione dell’assistenza pubblica come “carità di Stato” che ha sostituito lo Stato sociale. Si tratta di un contributo che potrà servire soltanto, nel migliore dei casi, ad alleviare la condizione di sofferenza di una parte ristretta di popolazione, senza però mutare di una virgola gli equilibri economici.
Già il nome tradisce una falsa coscienza dei suoi propugnatori, infatti l’“inclusione” che viene proclamata come scopo del sussidio, il quale dovrebbe mirare al reinserimento nel lavoro, non si dà poi concretamente; sono del tutto assenti politiche per il lavoro, per la riduzione della disoccupazione e per l’aumento dei salari. Se permangono le condizioni che determinano uno dei livelli di disoccupazione più alti di tutta la storia dell’Italia repubblicana non si capisce in che modo il contributo dovrebbe “includere” i poveri a cui sarebbe destinato.
Per di più, nel frattempo, il governo intende tagliare la spesa: quindi da un lato si dà denaro ai poveri, dall’altro glielo si toglie attraverso la contrazione dei servizi pubblici. È il solito gioco a somma zero (se non addirittura in positivo per il bilancio pubblico e in negativo per l’economia, in ossequio alle norme del Patto di Stabilità e del Fiscal Compact) che sposta fondi da una parte all’altra.
Il “Reddito di inclusione” è solo una delle tante varianti di integrazione del reddito. Questa si basa su tre impliciti assunti, ovvero: a) che permarrà sempre un certo livello di disoccupazione, b) che ci sarà sempre una fascia di popolazione con un reddito insufficiente e c) che la povertà e la disoccupazione saranno, per questa fascia di popolazione, caratteri cronici.
Poiché i suddetti tre punti sono considerati “naturali” e imprescindibili, lo Stato deve rinunciare a contrastarli, limitandosi ad attutirne gli effetti. È più o meno lo stesso concetto alla base dei cosiddetti “ammortizzatori sociali” del social-liberismo: invece che garantire la sicurezza e condizioni minime per i lavoratori lo Stato può solo “ammortizzare” i danni provocati dal mercato sregolato. Si osservi che ciascuno dei precedenti tre punti corrisponde a un preciso interesse delle classi capitalistiche, cui lo Stato dichiara implicitamente di non opporsi e anzi di dare pieno spazio: per quanto riguarda a), infatti, come sapeva bene Marx, il capitale ha bisogno di un “esercito industriale di riserva”, una massa enorme di disoccupati cui attingere all’occorrenza. Inoltre un alto livello di disoccupazione rende i lavoratori deboli contrattualmente di fronte alle richieste dei capitalisti. Infine b) e c) corrispondono a rapporti economici totalmente sbilanciati a favore del profitto in assenza di tutele giuridiche per i lavoratori e le fasce più deboli e quindi di costrizioni per il capitale. In altre parole, l’integrazione del reddito è l’accettazione dei rapporti capitalistici, in particolare nella loro versione neoliberista.
Un altro esempio di integrazione del reddito è la Legge Hartz tedesca, voluta dai socialdemocratici e applicata anche dai conservatori. Essa prevede l’obbligo per il sussidiato di accettare qualsiasi lavoro a qualsiasi condizione, pena la perdita del sussidio. In questo caso la variante tedesca determina anche, oltre che la sanzione di dati rapporti capitalistici a favore del capitale, l’arretramento delle condizioni salariali, poiché mina ulteriormente il potere negoziale dei lavoratori: l’imprenditore è libero di rifiutare di assumere il prestatore di lavoro, ma quest’ultimo è costretto ad accettare qualsiasi impiego; il lavoratore è sempre esposto alla costrizione del bisogno, ma in questo caso si aggiunge una nuova costrizione, cioè il ricatto dello Stato.
Questo punto della legge Hartz, bisogna notare, è ripreso in numerose formulazioni del Reddito di Cittadinanza, che è la variante più famosa e punto principale del programma economico del Movimento Cinque Stelle (ma non solo). Il Reddito di Cittadinanza è un sussidio che dovrebbe estendersi o a tutti, oppure, un po’ meno irrealisticamente, a tutti i disoccupati. Tuttavia nella sua essenza non muta e prevede sempre l’accettazione del quadro economico dato. Non è un caso se il dibattito pubblico sull’integrazione del reddito, soprattutto sul Reddito di Cittadinanza, è diventato centrale solo in una fase storica in cui il capitale è in una condizione di massima forza e il lavoro in una di massima debolezza.
Può sembrare strano, oggi che anche la sinistra ha assunto l’integrazione de reddito, in tutte le sue varie forme, come il faro del proprio orientamento programmatico sull’economia e sul lavoro, ma Friedrich Von Hayek, il massimo teorico del neoliberismo, ne parlava già e ne auspicava l’introduzione, non per scopi filantropici (che in realtà, come si è visto, nascondono una falsa coscienza)  ma perché “i poveri non raggiungano un grado di disperazione tale da rappresentare un pericolo fisico per le classi ricche”. Quello che spinge Hayek a proporre un sussidio di povertà è una concezione integralmente di classe. Non si tratta di eliminare la povertà, cui Hayek, come qualsiasi liberista (che sia col suffisso liberal- o social-) non è interessato, ma di impedire che i poveri sprofondino in una condizione tale da alimentare un malcontento sociale foriero di instabilità politica, quando non addirittura di una rivoluzione o un “pericolo fisico” per le classi dominanti.
E qui veniamo all’ultimo scopo dell’integrazione del reddito, che è, come gli altri tre, di classe, ma a differenza di essi principalmente politico: il controllo delle classi subalterne e la difesa delle condizioni politiche di conservazione del capitalismo.
Da quanto detto emerge come l’integrazione del reddito, in tutte le sue forme, non miri affatto a ridurre la disoccupazione o la povertà come dichiara, ma serva soltanto a sancire rapporti economici capitalistici in una condizione di forza per il capitale, sia dal punto di vista economico che politico. Che più o meno tutte le grandi formazioni politiche italiane lo abbiano incluso nel loro programma dovrebbe essere un dato molto indicativo.















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La sinistra in Italia e la questione nazionale*

A sinistra c’è l’ennesimo assembramento, le ennesime ricollocazioni, scissioni e unificazioni, nuovi nomi e nuove liste. Si tratta di un sottobosco estremamente fluido, in continua mutazione. Si direbbe che nessuno sia in grado di portare avanti un raggruppamento per più di un quinquennio, forse perché si tratta di costruzioni improvvisate che non si fondano su un’analisi articolata del presente e su una filosofia politica, ma su accordi tattici, appelli all’unificazione di una sinistra generica e astratta, “post-ideologica”, ovvero che respinge tutte le ideologie tranne quella del mercato globale, assunta in maniera quasi inconsapevole.
Con gli ultimi recenti rivolgimenti, destinati probabilmente a non durare, nel migliore dei casi, più di qualche anno, è nato il “Campo Progressista” di Giuliano Pisapia, poi c’è stata la costituente di Sinistra Italiana, infine il congresso di Rifondazione comunista segnato dalla fine della segreteria di Paolo Ferrero (oltre che dalla consueta emorragia di iscritti).
Le tante mutazioni, in realtà più nominali che sostanziali, non sono la risoluzione della crisi, ma sono esse stesse dentro la crisi della sinistra che dura ormai da tre decenni. È un crisi non solo italiana, ma che in Italia si avverte con particolare virulenza. Tutte queste “rifondazioni” segnalano proprio l’incapacità della sinistra di interpretare la fase storica attuale e di elaborare un progetto di società alternativo rispetto al capitalismo postmoderno e quindi una corretta strategia di opposizione a esso. La crisi in corso deriva proprio da questa difficoltà.
Dove la sinistra ha mostrato le sue più gravi lacune è nella concettualizzazione del rapporto tra differenti comunità territoriali. Questa è una conseguenza dell’ostracizzazione del marxismo rigoroso sul piano teorico, in favore di quello che Guido Viale definisce “sinistrese”, un miscuglio caotico di linguaggi diversi. La deturpazione del marxismo ha provocato la sostituzione del cosmopolitismo all’internazionalismo (spesso confuso col primo). Questa sostituzione ha indotto la sinistra alla demonizzazione della nazione. Si tratta di un fenomeno inedito e tradizionalmente estraneo alla sinistra. Il marxismo non ha mai disgiunto la lotta di classe dalla lotta per la liberazione nazionale, anzi, le ha sempre concepite come strettamente legate tra loro. Si potrebbero citare diversi passi in cui Lenin considera il perseguimento dell’autodeterminazione delle nazioni come una necessità nella lotta contro le potenze imperialiste. Arriva addirittura a esaltare il sentimento di orgoglio nazionale per la “Grande Russia”, ovviamente su una condizione di equità con tutte le altre nazioni. Per non parlare di altri “mostri sacri” come Ho Chi Min o Che Guevara (tutti ricorderanno il motto “Patria o muerte!” dei rivoluzionari cubani). La nazione è sempre stata un’idea di sinistra, per quello che la sinistra è stata in Europa, ovvero prima democratico-repubblicana e poi socialista (i comunardi, i sostenitori della Comune di Parigi del 1871, cantavano “l’Internazionale” sulle note della Marsigliese). Spesso viene citata a sproposito la frase di Marx “gli operai non hanno patria”, dimenticando però di aggiungere il seguito: “Poiché la prima cosa che il proletario deve fare è di conquistarsi il dominio politico, di elevarsi a classe nazionale, di costituire se stesso in nazione, è anch'esso ancora nazionale, seppure non certo nel senso della borghesia”.
L’identificazione della nazione con un’ideologia di destra o di estrema destra si è avuta con l’equiparazione al fascismo, considerando l’istanza nazionale, erroneamente, come caratteristica del fascismo. In realtà ciò che connota il fascismo è altro, una determinazione imperialista o “suprematista”, che è cosa diversa dal nazionalismo. L’errore discende da una mancata comprensione del fascismo come fenomeno storico, ovvero dall’approccio post-moderno e deleuziano che descrive il fascismo astrattamente e da un punto di vista meramente ideologico, contrariamente all’approccio marxista, che invece concepisce il fascismo come esito degli interessi capitalistici in una data situazione politico-sociale. Fascista è, secondo il “sinistrese” di oggi, chiunque “costruisce muri” e ammette una gerarchia nell’organizzazione politica. In questo modo, ad esempio, il crollo del Muro di Berlino viene visto come una liberazione dei popoli soggiogati da stati totalitari, anche se questo ha significato l’invasione totale del mercato, il liberismo e il completamento del processo di mondializzazione.
Avendo perduto l’internazionalismo e avendo identificato la nazione col fascismo, la sinistra si è gettata nelle braccia del cosmopolitismo, che è invece proprio del liberalismo e del neoliberismo. Il cosmopolitismo vuole sradicare persone e comunità, renderli individui-consumatori apolidi che viaggiano continuamente per il mondo in cerca di un impiego, secondo quanto esige il mercato globale. In questo modo la sinistra non si è opposta, quando non addirittura ha favorito, la perdita di sovranità degli stati, il soggiogamento dei popoli da parte di entità sovranazionali e della tirannia capitalistico-finanziaria. Ha visto con favore la moneta unica europea e la costruzione dell’Unione Europea, non capendo quanto esse fossero uno strumento delle élite capitalistiche, e questo perché ha sostituito all’analisi tipicamente marxiana e marxista – che lega ideologie a moventi politico-economici – la visione postmoderna che, seppure proclama la fine delle ideologie, è radicalmente ideologizzante, cioè oscura le cause “strutturali”, come direbbe Marx, ed evidenzia soltanto la cortina ideologica. Per quanto l’errore sia stato grave, e ormai palese, la sinistra non è riuscita (fatte salvo apprezzabili eccezioni) a divincolarsi da questo cosmopolitismo da cui continua a essere influenzata. È rimasta vittima di quello che si potrebbe definire “il paradosso di Tsipras”.
Il partito di Syriza, infatti, aveva avanzato un programma che si potrebbe chiamare“progressista” e “socialista-democratico” con il quale ha vinto le elezioni. Questo programma però non prevedeva di mettere in discussione l’euro e l’Unione Europea, di cui si auspicava un’improbabile riforma. Una volta che il programma sociale si è rivelato irrealizzabile all’interno dell’Unione Europea (come del resto era chiaro già prima a ogni osservatore obiettivo) il governo greco e il suo partito hanno preferito rinunciare al programma piuttosto che considerare l’uscita dalla UE e la rinazionalizzazione della moneta, finendo così per applicare le richieste della Troika.
La sinistra italiana è vittima dello stesso paradosso. Dichiara la sua opposizione al liberismo, ma il suo pregiudizio anti-nazionale le impedisce di proporre un programma realistico. Questo pregiudizio anti-nazionale, si direbbe, è stato portato troppo avanti e si è troppo radicato per poter essere ora abbandonato. Il problema, però, è ormai ineludibile. È difficile negare come l’euro e i Trattati siano uno strumento dell’oligarchia per destrutturare lo stato sociale e operare una “restaurazione”. Così si avanzano ipotesi improbabili, come una riforma dei Trattati che è di fatto impossibile (chi è che convince 27 governi doversi?) oppure la “disobbedienza”, senza capire o voler capire che uno Stato che non dispone della propria moneta non è in grado di opporre un rifiuto ai diktat di Bruxelles.
La sinistra, o quel che ne rimane, se vuole salvarsi da un’estinzione altrimenti inevitabile, deve cambiare il proprio punto di vista, recuperare l’approccio marxiano (che non vuol dire ripetere mnemonicamente gli scritti di Marx, ma adottarne il metodo) nella spiegazione dei fenomeni sociali e troncare col pregiudizio anti-nazionale. In altri paesi esistono esempi in questo senso, il Partito Comunista Portoghese si è già avviato su questa strada, l’unica strada percorribile.













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06 mag 2017

Quale femminismo?

L’8 marzo scorso si è tenuto lo “sciopero generale delle donne”, la manifestazione internazionale delle femministe, in Italia vi hanno aderito diversi sindacati, con lo scopo di contrastare la violenza contro le donne e altre forme di discriminazione. Questa manifestazione ne richiama altre e si colloca sull’onda di una serie di iniziative per i diritti delle donne in Italia come all’estero (si ricorderà, negli Stati uniti, la marcia contro Trump).
Negli ultimi anni il femminismo ha ricevuto molta attenzione da parte dei media, così come alcuni suoi temi sono stati pubblicamente dibattuti e, in alcuni casi, hanno dettato anche l’agenda politica.
La domanda che ci porremo in questa sede è: il femminismo, oggi, è ancora un interprete affidabile non soltanto delle esigenze delle donne, ma anche delle questioni sociali più urgenti, come aspira ad essere?

Femminismo e questione sociale
Si tratta di un rapporto coltivato assiduamente, in passato, dal femminismo di matrice marxista. Tuttavia l’epoca attuale ha visto le femministe sempre più allontanarsi dalle questioni che allora venivano definite “di classe”. In altre parole, a un certo momento della storia, è fuoriuscito da più ampi movimenti di emancipazione delle classi sfruttate e ha finito per legittimare, implicitamente quando non apertamente, il modo di produzione e la struttura economica.
Dagli anni Settanta un filone del movimento femminista decise di rifiutare il marxismo e il socialismo, all’interno dei quali si era sviluppato; questa scelta, si deve al separatismo e in Italia è stata teorizzata soprattutto da Carla Lonzi, determinando gli esiti attuali.
Se il femminismo rompeva col socialismo accadeva, nel frattempo, una mutazione della società: il trionfo “definitivo” del capitalismo (non perché fosse realmente tale, come nulla è nella storia, ma perché come tale si rappresentava) e la rinuncia alle istanze anticapitaliste. Mentre questo avveniva, culminando con la caduta del Muro di Berlino, il femminismo aveva già distinto se stesso dalla lotta contro il Capitale e aveva designato come proprio nemico esclusivo il Patriarcato. Il problema è che ciò veniva affermato proprio in una fase di declino del Patriarcato e di una nuova “rivoluzione capitalistica”, quella del dominio oligarchico non mediato e del mercato globale, una rivoluzione che trovava per la prima volta pieno compimento dopo aver abbattuto tutti gli ostacoli politici, ideologici e culturali.
In questa “rivoluzione”, le formazioni ideologiche capitalistiche mutavano. Il capitalismo si sbarazzava (o perlomeno cominciava a farlo e oggi vediamo come questo processo sia giunto a compimento) di certi suoi strumenti repressivi, in particolare della inibizione e della castrazione del corpo e del desiderio sessuale. Se, infatti, nella fase precedente aveva bisogno di trattenere almeno in parte energie potenzialmente sovversive e di reprimere le pulsioni per includere gli individui nell’irregimentazione produttiva (magari permettendo, per altra via, uno “sfogo” controllato delle pulsioni represse) nella fase postmoderna esso deve, invece, modellare l’individuo consumatore, quindi svincolarlo dal corpo sociale e lasciare libero sfogo alle pulsioni; anzi, deve eccitare, provocare, amplificare e manipolare i desideri. Il Patriarcato, che in passato era servito a riprodurre le strutture sociali capitalistiche, diventa ora, perciò, strumento inservibile, di cui disfarsi.
Ecco, dunque, che il Capitale trova, a questo scopo, un utile alleato nel femminismo separatista e “post-ideologico”, che gli consente, per di più, di incanalare la protesta a proprio favore.
Le femministe hanno finito per far proprie istanze propriamente pro-capitalistiche, ne è un esempio la rivendicata aspirazione delle donne a ricoprire i massimi gradi della gerarchia sociale. Se il capitalismo a uno stadio di “arretratezza” escludeva le donne, prima come produttrici e poi come consumatrici, il suo nuovo movimento tende sempre più a includerle. Il femminismo si è allineato a questa tendenza generale, considerandola fattore di emancipazione per le donne nella lotta contro il Patriarcato. Tuttavia, non è più in grado di cogliere – proprio perché si è ormai distaccato dai mezzi ideologici adeguati – il carattere di classe di questa “emancipazione”. Mentre si celebra la “liberazione” delle donne dalle catene della castrazione maschilista, lo sfruttamento delle donne, come degli uomini, delle classi inferiori si inasprisce, venendo a mancare tutte le protezioni sociali.
Il femminismo assume un profilo “progressivo” solo di fronte a configurazioni arcaiche del potere (quelle repressive e castranti) ma accetta nella sostanza e supporta la restaurazione postmoderna (de-inibita e sessualizzante). E ciò si deve al fatto che il femminismo si è troppo concentrato nel contrasto e nell’analisi dei mezzi del potere, che, in quanto mezzi, possono essere sostituiti, ma non sulla critica della struttura del potere. Il potere, infatti, non si esercita soltanto negativamente, ma anche in positivo: “un dispositivo molto diverso dalla legge, anche se poggia localmente su procedure d’interdizione, assicura, attraverso una rete di meccanismi connessi gli uni agli altri, la proliferazione di piaceri specifici e la moltiplicazione di sessualità disparate”*.
Le femministe, nelle loro rivendicazioni, affermano “Scioperiamo contro l’immaginario misogino sessista, razzista, che discrimina lesbiche, gay e trans”. Nulla viene detto, però, sulla principale discriminazione della nostra epoca, ovvero quella di classe che distingue le persone in base al loro accesso alle merci. Una “assenza rivelatrice”, che dice quanto il femminismo, come del resto molti movimenti di protesta, sia oggi compromesso col sistema sociale di sfruttamento.

La mediatizzazione del femminismo
Le femministe combattono il Patriarcato, e non si può negare quanto quest’ultimo abbia oppresso e talvolta tutt’ora ancora opprime, nonostante sia in declino irreversibile, le donne.
Ma esiste una nuova forma di oppressione che, come si è detto, non reprime e non castra il corpo femminile, ma lo manipola e lo espone. Questo accade nella comunicazione, e non riguarda “il linguaggio sessista”, la vocale finale maschile al posto di quella femminile, ma qualcosa di molto più potente e colonizzante. Ed è l’esposizione del corpo della donna la sua iper-sessualizzazione e la sua mercificazione. La pubblicità tratta il corpo della donna come “merce universale”, ovvero un particolare tipo di merce che rende appetibile qualsiasi altra merce. Se si vuole vendere una merce le si attribuiscono caratteri sessuali femminili.
Il capitalismo consumista manipola il corpo della donna per renderlo universalmente fruibile (altro che “il corpo è mio e lo gestisco io”!) esso deve essere sempre mostrato e deve sempre sedurre e attirare, provocare ed eccitare. Il corpo della donna deve essere sempre, costantemente, desiderato e deve quindi farsi desiderare. Le femministe non sembrano essere consapevoli di ciò, anzi, esse hanno spesso contribuito a rendere il corpo e l’immagine della donna sempre più fruibile per la società dei consumi, sempre più merce universale, partecipando al processo di mediatizzazione della figura femminile.
“Agiamo” scrivono le promotrici della manifestazione “con ogni media e in ogni media per comunicare le nostre parole, i nostri volti, i nostri corpi ribelli, non stereotipati e ricchi di inauditi desideri”. Inneggiano alla mostra del corpo e all’eccitazione dei desideri di cui si serve il potere postmoderno, un potere manipolatore seppure non patriarcale. In numerose proteste le troviamo in atti provocatori a incitare e mostrare, a scandalizzare, quando lo scandalo (che per essendo inflazionato deve spostare l’asticella della provocazione sempre più in alto) serve proprio a eccitare il desiderio della donna e per la donna venditrice di se stessa.

Riformulare il femminismo
È inutile farsi illusioni, il femminismo non può operare oggi con le stesse strategie di ieri. Bisognerebbe innanzitutto prendere atto che la corrente del femminismo oggi prevalente non si è rivelata fruttuosa. Ha partecipato di una tendenza già dominante, quella di rendere la donna consumatrice e oggetto di consumo, e ha esaurito il suo carattere dissidente.
Se il femminismo intende, oggi, farsi interprete della questione femminile, per come può oggi essere intesa, non può esimersi dalla critica della struttura economica e dai processi di esclusione non soltanto dei sessi – come conseguenza delle incrostazioni del passato – ma anche delle classi. Deve altresì rimodulare la sua strategia, esigendo non la mostra, l’esposizione e l’esibizione di sé, “diritto” già ampiamente concesso, quando non vero e proprio obbligo e metodo di inclusione della donna nei processi di riproduzione dell’ordine sociale. Hanno bisogno, le donne, di “rilassare” la propria immagine, desessualizzarsi, celarsi, sfuggire all’esibizione del corpo. Solo in questo modo potranno sganciarsi dal sistema di sfruttamento pubblicitario e rivendicare un’autentica emancipazione.




*Michel Foucault, La volontà di sapere – Storia della sessualità 1, Feltrinelli, Milano, 2006, p. 48




Marx risponde a Briatore*

Con la legge di bilancio è stata approvata la cosiddetta "flat tax", l’imposta fissa per i grandi patrimoni per attrarre ricchi nel nostro paese. A quale scopo? Per comprendere il modo di pensare che ispira questa norma bisogna ascoltare le parole di Flavio Briatore, il quale ha commentato “Finalmente una legge che serve a fare arrivare in Italia un po' di gente ricca. Farà girare soldi e lavoro”. Il milionario aggiunge sprezzantemente: “in Italia di poveri ce ne sono già abbastanza e a quanto mi risulta non hanno mai creato lavoro”. Ovviamente egli non è certo un giudice imparziale sul tema, tuttavia non ha fatto che esprimere in modo forse un po’ più urtante ciò che viene spacciato dagli opinionisti dei quotidiani e dai media come verità indiscutibile. L’idea, cioè, che il capitalista “crei lavoro”. È un’idea che ha avuto particolare successo in Italia dall’inizio della carriera politica di Berlusconi, i cui sostenitori, per giustificarla, solevano dire: “ha creato milioni di posti di lavoro” in contrapposizione a una “casta” politica descritta come parassitaria. Questa idea era alla base anche delle privatizzazioni dei governi di centrosinistra e della precarizzazione del lavoro, che avrebbe dovuto, a loro dire, indurre ad assumere e attrarre i capitali esteri. Eppure, nonostante tutte queste norme a favore dei “creatori di lavoro”, la disoccupazione in questi anni è aumentata, registrando il suo massimo storico per quella giovanile.
Certo, pensare al lavoro come a un “posto”, quasi si trattasse di una poltroncina di un teatro, non aiuta un corretto modo di intenderlo. Induce a credere, quasi inconsciamente, che il lavoro sia un luogo fisico, che quindi possa essere “costruito” come una cosa: eppure il lavoro non è una cosa, ma una attività umana, ovvero una relazione tra cose; però non una relazione qualsiasi, bensì tale da essere predisposta secondo scopi umani. È una differenza ontologica non secondaria. Perché se il lavoro è una relazione e non una cosa la sua esistenza dipende da un certo contesto preordinato e da un certo interagire tra gli individui prolungato nel tempo. Se uno di questi fattori muta o scompare è possibile che il lavoro come attività cessi di esistere, mentre le cose una volta create continuano ad esserci indipendentemente da tutto il resto (a meno che un agente esterno deliberatamente non le distrugga).
Se dovessimo considerare una concezione del lavoro che possa piacere a Briatore e ai suoi simili, quella liberale, il lavoro è il risultato dell’incontro di due variabili: la domanda (quella dell’imprenditore) e l’offerta (quella del lavoratore). L’imprenditore mette a disposizione del lavoratore i mezzi per produrre e gli corrisponde un salario, in cambio terrà per sé una parte del ricavato (profitto). Come si può facilmente notare non c’è in questa concezione, la più favorevole a quelli come Briatore, niente che possa far pensare al capitalista come a un “creatore” di lavoro. Per la stessa ragione per cui l’acquirente di un paio di scarpe o di un chilo di pane non è il creatore delle scarpe o del pane. Dal punto di vista fisico e materiale, in base a questa interpretazione, il creatore del lavoro è il lavoratore stesso. Ma volendo estendere la definizione di “creare” a un significato più sociologico, si potrebbe dire che il lavoro sia il risultato dell’incontro di domanda e offerta. Ma anche in questo caso l’imprenditore non crea alcunché, il lavoro è l’intersezione di due interessi diversi e convergenti.
Questo secondo l’idea non di chi scrive ma dei liberali. Qualcuno potrebbe obiettare che il lavoratore non potrebbe lavorare senza che il capitalista gli metta a disposizione i mezzi di produzione e un salario per vivere (o per sopravvivere). Ciò è in parte vero, ma non ancora dimostra che sia il capitalista a creare lavoro. Infatti non bisogna confondere la predisposizione delle condizioni per la creazione con la creazione stessa: l’allevatore fa ingrassare l’animale, il macellaio seleziona il taglio, ma è soltanto il cuoco a creare il piatto di bistecca alla fiorentina. Senza la preparazione dell’allevatore e del macellaio quest’ultimo non avrebbe potuto, certo, creare il suo piatto; ma resta il fatto che è lui, e non gli altri, ad averlo creato.
Tuttavia, potrebbe insistere il nostro critico, seppure egli non è il creatore autentico, resta il fatto che la sua opera è indispensabile per la creazione stessa, dato che egli mette a disposizione del lavoratore gli strumenti per lavorare. Quindi l’espressione “creare lavoro” potrebbe essere intesa come “creare le condizioni per il lavoro”.
Ma quali sono queste condizioni? I mezzi di produzione e il salario. Cioè, in sostanza, il capitale. A questo punto però, se si vuole essere onesti, bisogna portare l’indagine fino in fondo e domandarsi da dove provenga il capitale. A tale domanda rispose già, nel modo più completo ed elegante, Karl Marx. Marx distingue tra capitale costante, costituito dai mezzi di produzione, e il capitale variabile, cioè i salari. Dato che il capitale costante è, per definizione, costante, l’unico modo per espandere il profitto o plusvalore è ridurre l’incidenza del capitale variabile, cioè, in sintesi, far lavorare più ore il lavoratore o, il che è lo stesso, abbassargli il salario. Al lavoro necessario per produrre il proprio salario, infatti, il lavoratore dovrà aggiungere un pluslavoro per retribuire il capitalista.
Sono i lavoratori stessi a produrre il capitale. Del resto, da cosa sono prodotti i mezzi di produzione se non da altri lavoratori, siano essi tecnici e ingegneri o manodopera? In fin dei conti si può pensare al lavoro senza il capitale, ma non si può pensare al capitale senza il lavoro. Ribaltando la frase di Briatore, perciò, si può dire che non sono i ricchi a creare lavoro, ma è il lavoro a creare i ricchi.
E allora perché una tale errata convinzione è così diffusa nella nostra società? A questa domanda risponde sempre Marx ricordandoci che le idee dominanti sono le idee della classe dominante, alla quale appartiene Briatore. La classe dominante ha tutto l’interesse a pensarsi e a farsi pensare come indispensabile e benefica. Essa deve in qualche modo giustificare le immense ricchezze che ha concentrato ed è per questo che asserisce – attraverso i media che possiede – che di una tale concentrazione c’è bisogno per il bene di tutti.
E allora ecco che invece di dire che il capitalista si appropria del lavoro, si dirà che egli lo crea! Invece di dire che il lavoratore retribuisce i suoi profitti si dirà che egli retribuisce il lavoratore! Invece di dire che non crea nessuna ricchezza ma la sposta soltanto nelle proprie mani, si dirà che egli la produce!
E così i politici ridurranno loro le tasse, perché così, dicono, ci saranno più investimenti, privatizzeranno perché così, assicurano, ci sarà più efficienza, aboliranno le tutele dei lavoratori perché così, promettono, ci sarà più lavoro. E gli elettori ci crederanno, temendo che se non si facesse tutto ciò sarebbe il disastro.
“Bisogna attrarre i capitali esteri”: è questa la più comune formulazione della frase di Briatore. Fare dell’Italia un paradiso per ricchi di tutto il mondo non renderà l’Italia ricca; Non è migliorando le finanze già eccellenti dell’1% che si migliorano le condizioni di vita dei suoi cittadini. Esiste solo un mezzo che può essere adatto allo scopo e quel mezzo è lo Stato, lo “spettro” più temuto. Non a caso sentiamo ripetere, da quelli stessi che invocano la venuta dei capitalisti di ogni dove, che di esso ci si deve sbarazzare.
















*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente



Immagine tratta da: https://socialhistory.org/en/news/marx-engels-papers-completely-available-online

30 mar 2017

Egemonia e dissenso: quali prospettive?*

La sconfitta di Renzi al referendum costituzionale avrebbe dovuto indurre a una riflessione non soltanto il segretario del PD e la sua cerchia, ma tutto quanto il ceto dirigente italiano che ha tenuto il governo politico in questi anni, anche se un governo più simbolico che reale, svuotato delle sue effettive prerogative, diventato un mero esecutore della strategia delle oligarchie e della tirannia di mercato.
Questa sconfitta, e le conseguenti dimissioni di Renzi da Presidente del Consiglio, segnalano due fatti di cui non si può non prendere atto: a) l’incapacità attuale della strategia neoliberale e dei suoi deboli referenti politici di attrarre consenso e b) il fallimento storico del Partito Democratico e dell’idea sulla quale è stato fondato.


  1. L’illusione e il disincanto: il tramonto dell’egemonia culturale attiva

L’esaurimento dello slancio delle lotte sociali del Novecento, che hanno raggiunto l’apice del loro successo nel corso degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, trascinata dall’avanzata del “blocco socialista” (col quale si vuole qui intendere tutto l’insieme di partiti, sindacati e movimenti di ispirazione marxiano-keynesiana, comunisti, socialisti, socialdemocratici, laburisti) aveva visto il ritorno del liberalismo e la restaurazione capitalista. In appena tre decenni, le tutele sociali sono state rapidamente cancellate, i mercati ampiamente liberalizzati, gli stati-nazione indeboliti, proprio grazie alla partecipazione del nuovo ceto dirigente erede di quello socialista.
Questo processo di restaurazione liberale è stato possibile grazie alla crisi ideologica del blocco socialista, cui il crollo dell’Unione Sovietica ha dato il colpo di grazia. Il capitalismo è apparso come l’unico universo possibile e il neoliberalismo è riuscito a instaurare un’egemonia culturale come forse mai prima di allora. La novità era che questa egemonia non riguardava soltanto le classi dominanti, ma anche quelle dominate, che hanno creduto nella promessa di emancipazione individuale del liberalismo post-moderno. Questa egemonia ha potuto esercitarsi grosso modo incontrastata per un trentennio. Qui però occorre integrare la proficua categoria gramsciana; bisogna infatti distinguere tra un’egemonia culturale attiva e un’egemonia culturale passiva. Con la prima si intende la persuasione ideologica consapevole e la conscia rappresentazione di una certa idea di società sottesa da tale ideologia. Con la seconda invece ci si vuole riferire all’introiezione inconsapevole delle forme ideologiche e alla loro riproduzione inconscia e automatica nel sistema sociale. Per molto tempo le due categorie sono, in linea di massima, coincise. Ciò è accaduto anche con la restaurazione neoliberale degli anni Ottanta, Novanta e Duemila. Ma all’inizio di questo decennio vi è stata una divaricazione. L’egemonia attiva è entrata in crisi e sta andando via via dissipandosi, mentre è rimasta in vigore inalterata quella passiva. Ciò ha significato che le masse hanno cominciato a rifiutare la formulazione esplicita dell’ideologia neoliberale, ma continuano a subire le forme di integrazione implicite che essa propone nei comportamenti individuali e collettivi. Questa inedita divaricazione ha provocato conseguenze altrettanto inedite; a livello politico, infatti, l’ideologia neoliberale non riesce più a produrre consenso, non riesce più a sedurre come in epoca reaganiana (il neoliberismo seduce, il progetto socialista affascina). Quel ceto dirigente, quindi, che si è fatto interprete politico della strategia neoliberale, è entrato in una crisi di consenso profonda che non sembra trovare sbocchi: si pensi alla situazione del partito socialista francese, o di entrambi i partiti statunitensi (costretti a integrare figure “esterne”, come Sanders da una parte e Trump dall’altra) oppure del PD in Italia affetto da cronica emorragia di iscritti. Tuttavia, a questa crisi della proposta politica neoliberale, non ha fatto seguito una capacità di elaborare una efficace strategia contrapposta delle altre forze. In questo modo le oligarchie hanno perduto il consenso politico, ma senza che il loro dominio di classe fosse scalfito. Se manca il consenso, il dissenso non riesce a organizzarsi e a proporre una contrapposta idea di società, arenandosi in rivendicazioni del tutto secondarie e sterili, finendo per disperdersi in mille rivoli. È il cosiddetto “populismo”, come quello di formazioni quali Podemos in Spagna o il Movimento Cinque Stelle in Italia. Essi hanno inconsapevolmente introiettato l’ideologia neoliberale che impedisce loro di trovare una valida struttura organizzativa e un progetto politico adeguato. Senza addentrarci in un argomento che meriterebbe una trattazione separata, basterà citare a titolo esemplificativo il caso greco. Qui, il ceto politico referente dell’oligarchia è entrato in crisi, rimpiazzato dal partito di Syriza che ha raccolto la protesta delle classi greche impoverite ed esasperate, ma non è riuscito a tradurla in un progetto politico realistico, a causa del pregiudizio anti-sovranista e della accettazione acritica dell’euro e dell’Unione Europea.


  1. Il Partito Democratico: un peccato originale

La crisi di consenso ha riguardato tutti i partiti d’Occidente promotori della globalizzazione e della mercatizzazione della società, coloro che, al netto delle varie e secondarie differenze nazionali, hanno svolto il ruolo di portare le classi popolari ad accettare l’ideologia neoliberale, in altre parole, quel ceto politico che ha cercato di produrre egemonia culturale attiva in favore delle oligarchie capitalistiche. In Italia questo compito è stato assunto da vari partiti e formazioni, in particolare quelli creatisi con l’epilogo traumatico della Prima Repubblica; ma con la fine del decennio scorso e l’inizio di quello attuale, un nuovo partito ha monopolizzato un tale compito, il Partito Democratico.
Il Partito Democratico nasceva su una tesi: le ideologie sono morte; tradotto: le ideologie alternative al capitalismo e al liberalismo sono morte e può esistere l’unica ideologia dell’assenza di ideologie, cioè dell’ineluttabilità del processo capitalistico di adeguamento delle strutture sociali al mercato globale. Il Partito Democratico doveva quindi unificare quel ceto politico italiano che più coerentemente si era proposto come referente accreditato delle oligarchie neoliberali. In questo modo, secondo i fondatori, sarebbe stato possibile raccogliere il consenso delle classi dominate, che rischiava di disperdersi a causa delle divisioni politiche (anche se non ideologiche) di quel ceto dirigente. Sembrava dovesse funzionare, ma i fondatori non avevano fatto i conti con la Storia. Proprio allora, infatti, l’egemonia culturale attiva, che il PD come altri partiti in Europa, si incaricava di produrre, veniva a mancare. Il Partito Democratico faceva il suo esordio proprio quando i suoi omologhi occidentali (i socialisti francesi, i socialdemocratici tedeschi, oppure i laburisti blairiani britannici) subivano un tracollo di consensi. Un tracollo che si sarebbe rivelato non puramente contingente, ma strutturale, perché era lo stesso modello dell’egemonia attiva che si era deteriorato.


Essendo costruito su questa tesi, ormai superata, il PD è un partito che attraversa un lungo, ininterrotto e strutturale calo di consensi, come si nota se si guardano i voti assoluti ottenuti alle varie elezioni e l’incapacità di attrarre le classi popolari disilluse. Esso continua a gestire il potere politico (formale) per una sorta di inerzia delle procedure rappresentative e per quella disorganizzazione del dissenso di cui si diceva. Tuttavia la sua egemonia delle istituzioni rappresentative (che non è mai stata egemonia culturale) è sempre precaria, appesa a un filo. Tutti i segretari avvicendatisi hanno, finora, fallito il loro compito. Da Veltroni sconfitto da Berlusconi a Renzi mai eletto, passando per Bersani.
Il ceto politico del PD, tuttavia, non riesce ancora a comprendere questa nuova fase storica nella quale si è entrati e a ciò si deve la sua incapacità di analisi. Si accampano, allora, ragioni collaterali, eventi scarsamente influenti per spiegare la sconfitta.
Renzi, nel corso di un’intervista a Repubblica, alla domanda su quali siano stati i suoi errori, ha risposto: “avrei dovuto metterci più cuore, più valori, più ideali. Insomma, meno efficienza e più qualità”. Non ha messo in discussione il programma politico del suo governo, che ha anzi difeso, ma il modo di comunicarlo. Renzi crede ancora nel progetto di egemonia attiva, crede che sia ancora possibile coinvolgere attivamente le masse nella strategia neoliberista che esse subiscono. Ciò è stato vero per un certo tempo, ma oggi rischia di rivelarsi clamorosamente anacronistico.
Del resto, la cecità del ceto politico neoliberale è la stessa di quello intellettuale. Ad esempio, molti hanno creduto di attribuire la vittoria di Trump a una differenza di comunicazione rispetto alla Clinton, al linguaggio semplice, diretto e “populista” del miliardario. Ciò può essere in parte vero, ma è soltanto una causa collaterale e secondaria. La vera ragione della vittoria di Trump non è in una comunicazione efficace, ma nella disillusione delle classi impoverite, degli Stati Uniti, come di tutto l’Occidente (come dimostrano la “Brexit” e l’avanzata delle formazioni populiste) rispetto all’ideologia neoliberale e alla sua promessa di liberazione dell’individuo dalle strutture oppressive dello stato e della burocrazia. Le classi popolari hanno sperimentato sulla loro pelle le contraddizioni del neoliberismo e hanno pagato e stanno pagando un prezzo altissimo. È quantomeno dubbio che una efficace campagna pubblicitaria possa far dimenticare l’austerità, la disoccupazione, la crisi economica e la sfiducia nel ceto politico che i dominati hanno davanti agli occhi tutti i giorni, pur non essendo capaci di comprenderlo con lucidità intellettuale, ma percependolo in quella famosa “durezza del vivere” sperimentata quotidianamente. Che si possa riottenere il consenso delle masse disilluse con una campagna pubblicitaria, senza cambiare di una virgola la strategia politica, restando quindi nella dimensione neoliberale, segnala che mentre le masse si disilludono (senza però riacquistare la capacità di riaffascinarsi) il ceto politico si illude.
Il ceto politico neoliberale, sembra, ad oggi, uno spettatore impotente e balbettante; la questione centrale, attualmente, non è la possibilità da parte dell’oligarchia di esercitare un’egemonia attiva, ma la capacità o l’incapacità del dissenso di organizzarsi. Sarà possibile che l’integrazione capitalistica prosegua incontrastata rinunciando al consenso e avvalendosi soltanto dell’egemonia culturale passiva, quindi dei modelli di consumo, dell’individualismo, della sfiducia in un progetto alternativo di società e dell’afasia del dissenso? E il dissenso, da parte sua, per quanto potrà essere orientato verso partiti populisti destrutturati incapaci di formulare un progetto politico anticapitalista senza che presto maturi un disincanto anche nei loro confronti? E sarà possibile ripensare a una politica, marxianamente, come “movimento che abolisce lo stato di cose presente” e progetto di rifondazione sociale? Queste sono, oggi, le domande alle quali solo la Storia saprà rispondere.















*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente