31 ago 2017

Perché odiamo l’Islam?

È, senza alcun dubbio, la religione più odiata in Occidente. Se dovessimo fermare dei passanti per la strada e domandare loro che cos’è che induce a odiare l’Islam si otterrebbero diverse risposte: l’atteggiamento nei confronti delle donne, l’intolleranza per le altre fedi, il fondamentalismo; tutte risposte basate, per lo più, su resoconti semplicistici dei media, che tendono a identificare una religione estremamente complessa con alcune sette e frange minoritarie di essa, oppure a esagerare la portata di alcuni fenomeni realmente presenti nella cultura islamica. Ma se poi tentassimo di fare una cernita di tutte le risposte ottenute, probabilmente noteremmo una parola ricorrente sulla bocca degli intervistati: terrorismo. Sui giornali e nei notiziari televisivi, infatti, è abituale affiancare questa parola alla religione musulmana, contrariamente a quanto avviene con tutte le altre religioni – e non perché queste non abbiano espresso al loro interno tendenze terroristiche. In effetti, quando si pensa al terrorismo, la prima cosa che viene in mente è proprio l’Islam. È, questa, una novità assoluta nell’immaginario collettivo degli ultimi 15-20 anni. Basti pensare che, solo qualche anno prima, almeno in Italia, questa parola era affiancata alle stragi, a Piazza Fontana, oppure alle Brigate Rosse. In altre parole, il terrorismo era un fenomeno essenzialmente politico, con nessun tipo di collegamento (almeno nell’immaginario comune) con le religioni. Com’è possibile che, tutto ad un tratto, si è scoperto il “terrorismo islamico” e gli occidentali sono diventati improvvisamente islamofobi?
Prima di rispondere a questa domanda soffermiamoci a considerare uno dei più diffusi luoghi comuni sull’Islam: il Corano conterrebbe già in sé la giustificazione di attentati come quello dell’11 settembre 2001 contro le Torri Gemelle oppure come quelli nel 2004 a Madrid, o come quello al “Bataclan” a Parigi, oppure come quello di Manchester, e così via. Il Corano, insomma, giustificherebbe ed esorterebbe alla violenza contro gli infedeli. I fedeli musulmani sarebbero incentivati a morire per la loro fede per ottenere la gloria eterna e divertirsi in paradiso con le vergini uri; questa credenza è stata diffusa soprattutto grazie ai libri e agli articoli di alcuni giornalisti di grido, tra i quali Oriana Fallaci è senza dubbio la più conosciuta presso il pubblico italiano. Si potranno trovare in rete, dopo una rapida ricerca, diversi versetti coranici che proverebbero la naturale tendenza dell’Islam al terrorismo. “Ognuno di voi si metta la spada al fianco; percorrete l'accampamento da una porta all'altra di esso, e ciascuno uccida il fratello, ciascuno l'amico, ciascuno il vicino!”. “Or dunque uccidete ogni maschio tra i fanciulli e uccidete ogni donna che ha avuto rapporti sessuali con un uomo,  ma conservate in vita per voi tutte le fanciulle che non hanno avuto rapporti sessuali con uomini”. “In quel tempo prendemmo tutte le sue città e le votammo allo sterminio: uomini, donne, bambini; non vi lasciammo nessuno in vita”. “Ecco mia figlia che è vergine, io ve la condurrò fuori, abusatene e fatele quello che vi pare; ma non commettete contro quell'uomo una simile infamia”. Senz’altro si tratta di versetti che urtano la sensibilità del lettore moderno. Tuttavia, quelli succitati, non si trovano nel Corano, bensì nella Bibbia, rispettivamente: Esodo 32:27, Numeri 31:17-18, Deuteronomio 2:34, Giudici 19:24. Ma non si fraintenda; non si tratta di accusare una religione invece che un’altra, o di giudicarla sulla base di alcuni estratti del suo libro sacro: bensì di capire che sia la Bibbia che il Corano sono un assemblaggio postumo di testi. Anche la trascrizione completa del Corano avvenne solo diversi anni dopo la morte di Maometto. Di conseguenza sarà arduo trovare una coerenza interna. Accanto a passi edificanti se ne potranno trovare altrettanti da cui il lettore odierno si sentirà distante. Le religioni non sono certo la mera applicazione dei testi sacri, la pura lettera di essi, ammesso che questa esista (ogni lettura di un testo è sempre una sua interpretazione). Esistono tante esegesi possibili quante sono le varie confessioni di ogni fede. Parlare di Islam, come parlare di Cristianesimo, è, in effetti, una semplificazione che non rende giustizia alle diversità interne. 
Ma anziché addentrarci in uno studio comparato delle religioni – che lasciamo agli esperti del settore – sarà qui utile una nota storica: sebbene il Corano abbia una vita plurisecolare e millenaria, le correnti terroristiche dell’Islam esistono da non prima del secondo dopoguerra; tolte alcune eccezioni come la setta dei Nizariti (che comunque non ha, lo diciamo a scanso di equivoci, nulla a che spartire con l’Isis o Al Qaeda, e lo si evince già solo considerando il fatto che essa, al contrario di queste, era sciita e non sunnita) il terrorismo islamista assurge a fenomeno di rilievo appena nella seconda metà del Novecento, in particolare in concomitanza con l’emergere delle tensioni in Palestina. Anche il fondamentalismo cui si ispirano le attuali formazioni jihadiste originariamente non aveva nulla di terroristico. Vale per il wahabismo, ma vale anche e soprattutto per il salafismo, che in passato non era neanche fondamentalista ma persino “riformista” e tollerante nei confronti dei non musulmani. La “radicalizzazione” di alcune correnti dell’Islam si ha solo in seguito all’incontro-scontro di esso con l’Occidente: o come reazione antimodernista rispetto all’occidentalizzazione dei paesi musulmani, o come risultato dell’influenza colonialista e imperialista delle potenze occidentali. Sotto quest’ultimo aspetto si considerino due esempi; il primo, che riguarda l’arco di tempo compreso tra gli ultimi anni del XIX secolo e gli anni Venti del XX, durante il quale si ha la costituzione dell’Arabia Saudita come stato: in questo periodo l’impero britannico favorisce l’espansione del wahabismo, che così si diffonde rapidamente in tutta l’area, per arginare l’impero ottomano suo rivale; il secondo esempio, invece, riguarda la storia più recente e nota, ovvero l’appoggio logistico, miliare e finanziario che gli Stati Uniti danno ai mujaheddin in Afghanistan per contrastare i sovietici. È a questa circostanza che si deve la nascita di Al Qaeda e, quindi, in seguito, dell’Isis.
Abbiamo dunque mostrato che l’Islam non è una religione intrinsecamente terroristica ma che alcune correnti (minoritarie) di esso lo sono diventate solo nel corso della storia più recente per reazione all’occidentalizzazione e come risultato dell’influenza dell’espansionismo delle potenze occidentali in Medio Oriente. A questo proposito occorre ricordare come l’immagine dell’Islam sia profondamente mutata negli ultimi decenni: da positiva, in virtù dei guerriglieri afghani che combattevano contro i sovietici, presentati in Occidente come paladini della libertà, a fortemente negativa e associata quasi sempre al terrorismo di ispirazione salafita o wahabita.
Perché questo mutamento di rappresentazione e perché questo scarto tra l’Islam reale, con tutte le sue contraddizioni e complessità, e l’Islam “mediatico”? Abbiamo già accennato al ruolo dei paesi occidentali nel determinare la diffusione del fondamentalismo e del jihadismo. Pensare, quindi, che questi ultimi siano qualcosa di prettamente ed esclusivamente musulmano sarebbe un errore grave: invece essi sono la risultante dell’incontro-scontro tra  la cultura islamica e la tendenza espansionistica degli stati occidentali. Questi si sono serviti delle correnti più radicali del mondo musulmano per contrastare i propri nemici e rinsaldare il proprio dominio, ma così facendo ne hanno provocato una crescita e una diffusione che esse fino a quel punto non avevano mai avuto. Quando questa crescita si è spinta al punto da minacciare le popolazioni occidentali i media hanno dato una rappresentazione edulcorata dell’Islam, che poi è servita a giustificare interventi militari come quello in Afghanistan. Una simile rappresentazione è stata costruita su un’informazione unilaterale e approssimativa (falsamente considerata “approfondimento”). Solo per dare un’idea di ciò si consideri la tendenza dei media a ignorare lo sforzo di molti paesi musulmani nel combattere il terrorismo – uno sforzo di gran lunga maggiore di quello degli Stati Uniti e dei suoi alleati – primo fra tutti la Siria (paese “scomodo” perché estremamente laico e perciò lontano dallo stereotipo della donna col burqua) poi l’Iran, senza dimenticare una formazione come Hezbollah, nonostante che gli Stati Uniti abbiano scandalosamente costretto l’Unione Europea, dopo insistenti pressioni, a inserirla nella lista delle organizzazioni terroristiche. I media, per di più, continuano a ignorare il prezzo che i musulmani stanno pagando a causa dei continui attentati, seguiti con assai minor attenzione rispetto a quelli che colpiscono l’Occidente.
Si sottovaluta, infine, l’impatto che gli interventi militari degli ultimi due decenni hanno avuto sul mondo musulmano. Dall’Afghanistan, all’Iraq, dalla Libia, alla Siria, non solo hanno contribuito a far crescere il sentimento anti-occidentale presso strati sempre più ampi di fedeli islamici, creando il terreno ideale per la proliferazione del fondamentalismo (che rimane comunque un fenomeno largamente minoritario anche nell’Islam odierno) ma hanno anche permesso ai gruppi terroristici di prosperare, potendo questi contare sul rifornimento di armi favorito proprio dagli interessi occidentali.
Ignorando, sottovalutando o minimizzando tutto ciò stampa e televisioni hanno scaricato tutti gli oneri sul mondo musulmano, descrivendo il terrorismo come generato esclusivamente da esso e dai suoi stessi presupposti ideologici, tacendo le responsabilità, tutt’altro che lievi, dell’Occidente nella nascita e nell’evoluzione del fenomeno.

Limiti e degenerazioni del nominalismo femminista


Con "nominalismo femminista" intenderemo la tendenza ricorrente tra le femministe contemporanee, a intervenire al livello dei segni per condizionare la percezione e la rappresentazione dei soggetti in modo non discriminatorio. Questa è la ragione dell'insistenza sulla vocale femminile da usare al posto di quella maschile, che servirebbe, a loro dire, a castrare le donne o a impedirne l'accesso a certi ruoli sociali (dire avvocato, dottore, presidente, ecc. soltanto al maschile significa pensare implicitamente questi ruoli di pertinenza esclusiva degli uomini).
Quest'idea nasce dal concetto di "politically correct", sviluppato nelle università statunitensi, il quale si basa su una tesi: la lingua non è neutra, non è indifferente rispetto alle visioni del mondo, ma è connotata ideologicamente. Di conseguenza, per evitare l'esclusione di alcuni gruppi sociali (le donne, i neri, gli omosessuali, i disabili, le minoranze religiose, ecc.) bisogna cambiare il lessico.
L'idea non è cattiva di per sé e contiene un fondo di verità. Davvero la lingua non è neutra, davvero è un veicolo di ideologia e davvero i significanti determinano i significati. 
Tuttavia essa presenta un limite importante. Nella sua formulazione, infatti, non è stata storicizzata. Di conseguenza si tende a pensare che certi significanti veicolino SEMPRE certi significati e non altri. Questo perché i teorici del politically correct hanno finito per intendere la lingua come un fatto non ulteriormente determinato. Il "parlare", cioè, determina il "parlato" come, però, se non fosse a sua volta determinato. Eppure c'è una relazione inestricabile tra significante e significato, tra la forma e l'oggetto del discorso.
In altre parole, hanno voluto analizzare la società a partire dalle strutture linguistiche, ma si sono dimenticati, poi, di fare l'inverso: analizzare le strutture linguistiche a partire dalla società. Il risultato è stato che la società è cambiata, e con essa la lingua, e loro non se ne sono accorti. 
Cosa c'è che non funziona nel "politically correct" (continuerò a scriverlo in inglese per non dimenticare la sua origine anglofona, che è tutt'altro che indifferente) e nel nominalismo femminista? Una mancata comprensione non a livello linguistico, ma al livello dei rapporti economici e sociali. Il lessico discriminatorio esisteva all'interno di un certo tipo di società, nella quale l'esclusione di alcuni gruppi sociali era un carattere primario e necessario alla struttura di classe. I neri degli Stati Uniti dovevano essere discriminati per poter essere prima sfruttati nelle piantagioni come schiavi e poi come manodopera a basso costo. Le donne, invece, dovevano essere escluse da alcuni ruoli sociali, in modo da conservare integra la proprietà delle classi egemoni nella successione e tramandarla interamente (o principalmente) al primogenito maschio. Ma lo sviluppo del capitalismo ha fatto sì che questa conformazione dovesse essere superata, perché le donne servivano. Per allargare la produzione, e creare quindi quadri intermedi, bisognava permetter loro di entrare nel circuito produttivo con la speranza di fare carriera fino ai massimi livelli. Ciò poneva, inoltre, come necessità imprescindibile, l'espansione dei consumi, e quindi il lavoro, anche ben retribuito, della donna. Tra l'altro un certo femminismo non liberale era fortemente critico rispetto all'inclusione della donna nell'organizzazione produttiva e nel perseguimento dell'eguaglianza attraverso l'imitazione e la riproduzione della società maschile. Purtroppo queste voci rimasero per lo più inascoltate. L'espansione capitalistica implicava sempre più il coinvolgimento della donna non solo nella produzione ma anche nei consumi. Perciò tutti quei limiti che fissavano la donna in un certo ruolo dovevano venire a cadere. Questi limiti riguardavano in particolare la sfera sessuale e dei costumi. La donna non doveva più essere castrata dal padre-marito, ma disinibita, non doveva celarsi, ma mostrarsi. 
Che relazione ha tutto questo con la lingua? la sua funzione discriminatoria viene a cadere e viene sostituita da una funzione inclusiva. Per questo oggi si cerca di ridefinire il lessico in modo da includere le donne (come anche omosessuali, trans, ecc., anch'essi categorie da sfruttare consumisticamente). La lingua non ha più una funzione discriminatoria, "sessista", nei confronti delle donne, seppure restano delle sedimentazioni. Anzi, queste sedimentazioni a livello simbolico servono proprio a legittimare la strategia inclusiva del capitalismo contemporaneo e a inserire le donne (e per loro tramite anche gli uomini) nei meccanismi di consumo: vi vogliono coprire? mostratevi! vi vogliono castrare? sessualizzate il vostro corpo! vi vogliono impedire di raggiungere i massimi gradi della gerarchia sociale? fate carriera!
Il linguaggio maschilista non ha più una funzione di esclusione. Anzi, ne nasce uno nuovo che ha il preciso scopo di includere. Lo vediamo non solo nel lessico che ci impone di dire, contravvenendo perfino alla sintassi (con l'incredibile accordo da parte di molti linguisti, o forse non così incredibile) "avvocata", "presidenta", "dottora" (quando il suffisso femminile esiste già in -essa) ma anche in altre forme di comunicazione, nella pubblicità, nella moda; nella lingua, soprattutto quella giornalistica, fa un uso abnorme di neologismi e di anglicismi (l'utilità dell'inglese per il linguaggio inclusivo lo vediamo, ad esempio, nell'uso dell'espressione "sex worker" al posto di "prostituta", con il fine di liberalizzare il sesso a pagamento). 
I condizionamenti linguistici e simbolici esistono, eccome, ma oggi servono non per discriminare le donne, ma per includerle nel sistema di consumo e per sfruttarne il corpo come merce. Questo, ahimè, le femministe, salvo sparute eccezioni, tardano a capirlo, e collaborano esse stesse allo sfruttamento post-patriarcale e ultra-capitalistico della donna.

31 lug 2017

Un gioco truccato*

Un cadavere è stato riesumato, quello del bipolarismo. Sepolto sotto le ceneri della Seconda Repubblica, l’archeologia politica ha deciso di riportarlo alla luce. Si cerca così di riassemblare i due blocchi dissolti. 
Da una parte, Berlusconi tenta di ridare la scintilla vitale al centrodestra, cercando un accordo con Salvini. Il vecchio centrodestra era tenuto assieme dalla figura carismatica di Berlusconi; adesso che questa figura ha perduto forza sembra molto più difficile ritornare ai fasti del passato. Il progetto originario di Berlusconi, in più, è oggi definitivamente superato. Questo progetto, che vide l’imprenditore di Arcore affermarsi nella costellazione di partiti distrutti da Tangentopoli, si basava su una promessa di successo individuale che sarebbe arrivato dopo il ripudio del ceto dirigente statalista della Prima Repubblica (che veniva a torto identificato con i postcomunisti) e l’apertura al mercato e all’impresa privata; una sorta di “via italiana al reaganismo” che però si sarebbe rivelata presto nulla più che propaganda. La promessa di arricchimento individuale era incarnata dalla sua figura di imprenditore vincente e dall’affermazione delle reti Fininvest che interrompevano il monopolio televisivo di stato e portavano in Italia una televisione commerciale ed edonista, poco interessata alle preoccupazioni pedagogiche della vecchia RAI. Il progetto di “reaganismo italiano” sarebbe più tardi naufragato per un’essenziale ragione: l’evidenza che l’edonismo berlusconiano e la sua seduzione erano solo una finzione dietro cui si celava la realtà amara della stagnazione, della disoccupazione crescente e della cancellazione dei diritti. Da questo punto di vista il linguaggio del centrosinistra era molto più al passo con il tempi. Se il berlusconismo era reganiano, l’antiberlusconismo era thatcheriano[4], prometteva poco, ma esigeva implacabilmente “sacrifici” e “conti in ordine” come necessità improrogabili. Fu proprio di fronte a questa versione più aggiornata del neoliberismo – che sarà rappresentata poi dal “commissario” Monti incaricato dalla Troika – che l’imprenditore milanese, pur avendo resistito per molto grazie al suo plebiscitarismo, dovette capitolare. Il nuovo neoliberismo, avrebbe imparato Berlusconi a sue spese, non è plebiscitario e non cerca un rapporto entusiastico con le masse, che redarguisce invece di tentare di sedurre. Piuttosto si avvale di gruppi di pressione, di think tank, per penetrare in circoli ristretti e nelle università, ma assume un profilo sobrio e misurato sui grandi media.
Sull’altro fronte, invece, i fuoriusciti del PD, una parte del PD non renziano e figure a sinistra del PD tentano di ricostituire il centrosinistra. Anche qui si tratta di un processo difficilmente reversibile. La fine del centrosinistra, come quella del centrodestra, non è stata accidentale, frutto dell’incapacità o della litigiosità dei suoi capi, ma strutturale. Il progetto del centrosinistra consisteva nel raccogliere il bacino elettorale del vecchio PCI e di parte della DC per traghettarlo verso l’orientamento neoliberale che ormai soppiantava la socialdemocrazia presso tutti i maggiori partiti della sinistra europea. Questo progetto si basava sulla capacità di far accettare il mondo globalizzato e la modernità liquida, la flessibilità per ogni lavoratore e l’incertezza del futuro. Questa, che era la realtà che si stava delineando, veniva considerata come un dato immutabile cui tutti dovevano adeguarsi senza indugio. A tale scopo, il centrosinistra proponeva alcune parziali compensazioni – comunque inferiori al male da ingoiare – come, ad esempio, gli “ammortizzatori sociali”, ovvero sussidi per i lavoratori precarizzati e i disoccupati; ma soprattutto usava una retorica moralistica che si avvaleva di alcuni canovacci sperimentati e luoghi comuni: “non rubare il futuro alle prossime generazioni”, “ridurre il debito che pesa sulle spalle dei nostri figli”, “responsabilità e bilanci virtuosi”, ecc. e che faceva perno sull’idiosincrasia rispetto alla figura carismatica di Berlusconi. Ma presto ci si accorse che la cura era peggiore del male, per non dire che era essa stessa il male da cui avrebbe dovuto mettere in guardia.  Ed è così che la narrazione neoliberista neo-thatcheriana, e con essa il centrosinistra che vi si era identificato, iniziava ad attraversare una crisi di consenso. Crisi che verrà trasferita direttamente al PD, erede e rinnovatore di quel progetto. 
La ricostruzione di centrodestra e centrosinistra si basa su su un tentativo di restaurare un momento della storia italiana non più ripetibile: non solo per la presenza di un terzo incomodo, il Movimento Cinque Stelle, che per sua natura non può essere piegato al gioco bipolare e non si presta ad alleanze; ma soprattutto perché questa resurrezione apparente, contrariamente all’operazione originale dei primi anni Novanta, si svolge nel deserto elettorale, come testimonia il livello inedito di astensionismo ad ogni elezione. Non esiste nessuna possibilità di coinvolgere le masse che sono ormai completamente disilluse circa la vera natura dei due blocchi. E non sarà certo una legge elettorale, nemmeno la più maggioritaria, ad arginare questo fenomeno.
Il dualismo destra/sinistra della Seconda Repubblica doveva essere il surrogato del conflitto capitalismo/socialismo, abbandonato dopo il crollo del Muro di Berlino, per la credenza fideistica dell’eternità del capitalismo, e il bipolarismo centrodestra/centrosinistra era il surrogato del surrogato. Ma a questo gioco oggi la gran massa del corpo elettorale rifiuta di giocare, perché ha scoperto che è un gioco truccato, che appena dietro la vernice del conflitto mediatico conclamato si cela la realtà delle leggi di mercato, dell’adesione incondizionata a esse, della capitolazione dello stato e della modernità liquida. Per questo l’antirenzismo non è che una nuova declinazione dell’antiberlusconismo: l’opposizione a una persona e alla forma del suo linguaggio, ma con la tacita approvazione della sostanza condivisa.
L’ammiccamento di Renzi a Berlusconi, quindi, lungi dal rappresentare un qualche tradimento, è soltanto lo svelamento della essenziale complicità dei due poli opposti e simmetrici come due facce della stessa medaglia e dell’adesione acritica di tutti i maggiori partiti al capitalismo neoliberale.










*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente

Sarà una scuola modello "Carrefour"*

È l’ultima trovata dell’aziendalismo scolastico; la scuola aperta tutto il giorno, tutto l’anno. Lo propone oggi il Ministro Fedeli, ma lo proponeva ieri il suo predecessore Stefania Giannini, come altri prima di lei. Se ne parla da diversi anni, durante i quali si è più che altro preparato il terreno tra l’opinione pubblica, abituando all’idea di far rientrare i ragazzi dopo le lezioni, ad esempio per progetti didattici di vario tipo – già dal 1997, del resto, in virtù di una direttiva ministeriale, si prevedeva che le scuole restassero aperte – e infine, adesso, è venuta l’ora di mettere il piano realmente in pratica.
La scuola sempre aperta non è solo un’ulteriore sovrapposizione di ruoli, per cui la sua funzione di formare persone e cittadini trascolora in una marea di altre funzioni (adattare lo studente alla società, integrare le lezioni mattutine con incontri pomeridiani – come se la scuola cercasse di supplire a se stessa – perseguire sperimentazioni pedagogiche continue, introdurre nel mondo del lavoro, accogliere e recepire le richieste dei genitori come anche quelle dei figli, permettere di “parcheggiare” questi ultimi quando non ci si può occupare di loro, ecc.). La scuola sempre aperta è una follia, perché è folle questa ybris della società postmoderna, questa pretesa sentita come impellente e irrefutabile necessità di non avere limiti; l’apertura eterna, un prodotto umano che non deve avere una fine, o anche solo una sosta, un punto terminale, nello spazio come nel tempo, con un presente che si espande indefinitamente fagocitando il passato e il futuro; “H 24” è diventata la sigla immancabile da apporre a ogni attività umana che si voglia efficiente e apprezzabile.
Nella scuola senza fine l’apprendimento, che predispone l’allievo alla maturazione individuale, viene sostituito dall’adattamento. Lo studente più che imparare a essere nella comunità acquisisce skills, competenze che gli consentano di adeguarsi alle esigenze produttive. Subisce subito lo sfruttamento lavorativo con “l’alternanza scuola-lavoro” introietta l’attivismo senza sosta e senza fine delle aperture festive dei supermercati, acquisisce il metodo delle soluzioni pratiche immediate a problemi complessi attraverso i test a risposta multipla, perché non avrà tempo per pensare e riflettere e del resto non glielo si chiede. Invece di imparare a pensare l’alterità, deve sviluppare strategie di sopravvivenza. Il sistema di debiti e crediti formativi, che ha introdotto una sorta pedagogia della contabilità, serve a questo scopo. Lo studente deve introiettare la tendenza alla monetizzazione e alla commercializzazione della sua esistenza.
Ma il piano per la scuola postmoderna non riguarda soltanto gli studenti. Ci sono anche i lavoratori della scuola, che già ora, in gran parte, sono costretti anch’essi a lavorare nei festivi, e, tra di essi, infine, gli insegnanti, di cui si dice che lavorino troppo poco e che abbiano troppe vacanze. Si aizzano contro di loro gli altri lavoratori, suscitandone l’invidia, nella classica strategia neoliberale di mettere gli ultimi contro i penultimi. Di far lavorare meno gli altri lavoratori, invece che far lavorare di più gli insegnanti (come se non lavorassero già abbastanza al di fuori dell’orario scolastico) è un’ipotesi che non sfiora neanche l’immaginazione di questi ferventi promotori dell’efficientismo insensato, nonostante numerosi studi mostrino che il rendimento peggiora e non migliora al prolungamento dell’orario di lavoro e che viceversa migliora al ridursi delle ore lavorate. Ma no; per gli aziendalisti il lavoro è un obbligo indipendentemente dai suoi effetti, e questo si chiama moralismo. Per le consorterie aziendali, invece, è lo sfruttamento svincolato dalla necessità di rispettare leggi che tutelino il lavoratore, e questo si chiama capitalismo neoliberale.
Non si tratta soltanto di un piano per l’istruzione. Si tratta di un piano che rientra in un programma più generale volto a plasmare la società secondo i comandamenti del neoliberismo. La scuola non deve insegnare a essere e a pensare, perché l’individuo non deve essere e pensare, ma consumare; la scuola deve essere solo una sorta di primo master aziendale, che introduca i giovani nella produzione, gli insegni le nozioni tecniche necessarie e le strategie pratiche di sopravvivenza, perché bisogna interiorizzare l’ubiquità dell’economia e del mercato; la scuola sottopone insegnanti e studenti a orari prolungati, perché accettino di essere flessibili, di modificare la propria vita personale in funzione del mercato e del profitto.
In sostanza, la scuola postmoderna, preparata da decenni, costruita nel tempo e oggi infine attuata, deve far dimenticare l’esistenza dell’altro. “Non avrai altro dio all’infuori di me” recita il primo comandamento neoliberale: non c’è spazio per immaginare una diversa forma sociale, che si fondi su basi diverse. La scuola non è più il luogo dell’autonomia e dell’indipendenza della cultura dove costruire pensieri e pratiche dell’alterità, la scuola è diventata il luogo in cui si interiorizza la necessità del dato (abbiamo  il culto di “dati” e “statistiche”, concepiti come fossero parti neutre e a-ideologiche) e la sua immutabilità. Così, la scuola, come e più di altre istituzioni, non può diversificarsi dalla società, ma deve il più possibile somigliargli. Deve essere un’azienda che produca individui adattabili e consumatori assuefatti, ma, ancora di più, un centro commerciale della cultura, attivo, come i centri commerciali dell’ultima generazione, tutti i giorni e a qualsiasi orario.









*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente

30 giu 2017

La teologia delle privatizzazioni*

La Prima Repubblica era fondata sulla partecipazione statale. Non era possibile altrimenti, perché lo sviluppo che si è avuto nel dopoguerra non era concepibile senza l’apporto decisivo dei finanziamenti pubblici. Era lo stesso capitalismo in embrione che, per crescere, aveva bisogno dell’intervento dello Stato. Ma quando il capitalismo è cambiato, quando non ha avuto più necessità di appoggiarsi alla mano pubblica, e anzi questa diventava un ostacolo all’ulteriore espansione dei profitti, ecco che ciò che fino a quel momento veniva considerato come necessario, diventava improvvisamente superato e “inefficiente”.
Così, dagli anni Novanta, nel nostro paese si è incominciato a parlare di privatizzazioni. Ciò è avvenuto anche a causa di una mutata cornice politica nazionale e internazionale: non c’era più il PCI, come tutti i partiti maggiori della Prima Repubblica, i quali erano, almeno in parte, statalisti (DC e PSI); non c’era più l’Unione Sovietica che serviva da monito e avvertimento per il capitalismo occidentale. La sinistra era diventata liberista e si trovava in prima fila nel promuovere la dismissione dei beni pubblici. Le ragioni della sua urgenza venivano individuate nella necessità di ridurre il debito pubblico, di  rendere le aziende statali (“carrozzoni”, come venivano chiamate) più efficienti e competitive e, infine, di contrastare fenomeni di corruzione e clientelismo.
A distanza di oltre vent’anni si può dire che nessuno di questi scopi è stato raggiunto. Il debito pubblico non è diminuito (se non di poco per un breve periodo, per poi tornare di nuovo a crescere più di prima) le aziende privatizzate non sono più efficienti, anzi, presentano numerosi disservizi e hanno rischiato il fallimento, l’illegalità esiste nel privato tanto quanto nel pubblico. Gli effetti delle privatizzazioni, senza il bisogno di scomodare dati tra l’altro inoppugnabili, sono evidenti empiricamente a chiunque. Se si prende il caso dell’Enel, i costi per l’utenza sono aumentati, a fronte di un peggioramento nella qualità del servizio. Subito dopo la privatizzazione dell’energia elettrica gli investimenti industriali impegnano solo il 30% dei fondi dal 59 del quinquennio precedente. Stesso discorso per le Autostrade, dove crollano i cavalcavia perché la società risparmia sulla manutenzione e le tariffe hanno raggiunto livelli inediti noti a qualsiasi automobilista, mentre i ricavi sono cresciuti in misura considerevole.
Ma ciò non è bastato e si è continuato ossessivamente a ripetere il mantra delle privatizzazioni, alimentato dai sacerdoti delle facoltà di economia (quelli che hanno sbagliato tutte le previsioni) che sono giunte all’ultima tranche con la quotazione in borsa delle Poste e di una parte delle Ferrovie (nessuno si domanda cos’altro ci si venderà quando si sarà venduto tutto).
Che cos’è che non funziona nella privatizzazioni? Non si tratta del “modo” in cui si è privatizzato: gli stessi effetti si notano infatti in tutti i settori, anche in quelli maggiormente liberalizzati, come la telefonia (contrariamente alla filastrocca della liberalizzazione del mercato come passo successivo alla privatizzazione per renderla benefica). Non si tratta di una qualche tara nazionale, che come spesso avviene, nasconde le vere cause dietro un pregiudizio autorazzista. Gli stessi disagi, infatti, si possono osservare in molti altri paesi, anche quelli considerati dalla retorica autorazzista come “virtuosi” (basti pensare all’Olanda dove la privatizzazione delle poste ha causato la chiusura del 90% degli uffici). Il vero problema è strutturale, e riguarda la differenza tra utilità privata e aziendale e benessere pubblico e sociale. Le due cose non coincidono. Non si tratta affatto di un assunto banale, perché molti economisti hanno teorizzato il contrario. Secondo l’ideologia liberista se ogni individuo privato agisce per il proprio interesse personale, questo, per una sorta di congiunzione astrale, dovrebbe assicurare il benessere collettivo. L’individuo è l’unico a conoscere il proprio interesse e l’unico a sapere come soddisfarlo, ma così facendo, egli, collaborerebbe senza volerlo al benessere di tutti. Questa credenza religiosa (perché tale è) prima ancora che filosofica – e solo conseguentemente economica – è il vero fondamento del liberismo. Per questo i liberisti credono nelle virtù salvifiche del mercato, dove ogni operatore ricercando il proprio guadagno lavorerebbe per il bene collettivo. Questa teoria è stata sviluppata nel XVIII secolo per un’unica ragione: contrastare il potere dello Stato; lo Stato non sarebbe “per natura” in grado di assicurare il bene né per l’individuo, né (e questa è la vera innovazione del liberismo) per la società. L’unica possibilità è che lo Stato sia ridotto alle funzioni essenziali e il resto venga lasciato alla libera contrattazione dei privati (che in realtà, poi, tanto “libera” non è). Così per i liberisti privatizzare è un imperativo ideologico e religioso, non “tecnico” e scientifico. Per loro la gestione statale è sempre sbagliata e quella privata sempre corretta.
Fatta questa parentesi, torniamo alla distinzione tra interesse privato e interesse collettivo. Poiché per i liberisti le due cose coincidono – in quanto, come si è detto, agendo il soggetto privato per il proprio interesse agisce anche, involontariamente, per l’interesse di tutti – l’utile aziendale vuol dire sempre un beneficio per la società. Peccato però che i fatti, come diceva qualcuno, “hanno la testa dura” e non ne vogliono sapere delle teorie dei liberisti. Si possono aumentare i profitti, certo, investendo, assumendo nuovi lavoratori, ampliando la produzione, migliorando il prodotto, persino aumentando i salari. Ma questa non è la via comunemente scelta, soprattutto nell’attuale periodo storico nel quale si tende a tagliare investimenti, posti di lavoro, salari e a risparmiare sulla qualità del prodotto. Ciò assicura guadagni agli azionisti, ma non si può certo dire che comporti un bene per la società, poiché fa crescere la disoccupazione, rende beni e servizi più costosi e riduce i salari dei lavoratori. Il bene privato non coincide con il bene pubblico, e questa è una verità difficilmente contestabile.
Perché allora i liberisti si ostinano a sostenere il contrario? Sicuramente in parte lo fanno per fede: piuttosto che rimettere l’ideologia in discussione preferiscono negare la realtà: è una difesa psicologica abbastanza comune e diffusa. Ma questo non basta a spiegare la ragione per cui una teoria errata (e, in questo caso, palesemente e clamorosamente errata) continua a resistere. C’è un altro motivo, che va ricercato non nelle idee e nelle credenze, ma nel fatto materiale “nudo e crudo”. La domanda che bisognerebbe porsi ogni volta che si valuta la fondatezza di una teoria è: “a chi giova e a chi nuoce?” ovvero: “a quale gruppo sociale conviene e quale gruppo sociale penalizza?”. Rispondere a questa domanda significa aver fatto luce su buona parte dei fondamenti della teoria. Nel nostro caso, quindi, chiedendoci a chi giovino il liberismo e le privatizzazioni, la risposta non può che essere: ai grandi colossi industriali e finanziari. Le privatizzazioni sono state una irrinunciabile opportunità di guadagno per le multinazionali, che hanno potuto acquisire ex aziende pubbliche indebitate, ristrutturarle e rivenderle realizzando così immensi profitti. In una fase del capitalismo di saturazione dei mercati, le aziende pubbliche hanno rappresentato la “gallina dalle uova d’oro”. Questa e soltanto questa è la ragione del persistere delle privatizzazioni compulsive e delle mistiche che hanno il compito di giustificarle. L’elemento ideologico, come insegna Marx, è sempre unito all’elemento economico. Una certa visione del mondo può imporsi solo laddove si saldi con gli interessi materiali di un gruppo sociale abbastanza forte.










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La squallida festività del centro commerciale*

“Aperto anche a Pasqua” è la scritta che molti hanno potuto leggere all’ingresso di molti negozi in tutta Italia, e che vedranno sempre più spesso negli anni a venire.
Ma i lavoratori dell’outlet di Serravalle Scrivia non erano d’accordo. Così due cortei hanno bloccato le entrate, per impedire l’accesso a imperterriti clienti decisi a trascorrere un giorno di festa, uno degli ultimi ancora liberi dallo sfruttamento, nel tempio del consumo. Ma a quanto pare ad alcuni irriducibili consumatori non sono bastati neanche i picchetti e gli insulti dei manifestanti per convincersi a desistere.
Molti lavoratori non hanno partecipato alla protesta, e perché costretti dai capi, e perché rassegnati a una vita sacrificata sull’altare del Dio Capitale. E la rassegnazione emerge dalle parole del sindaco del paese, che su di essa ha trovato motivo di lucro, economico ed elettorale: “Siamo in un’economia di mercato” dice “Io comunque non avrei potuto fare nessuna ordinanza per chiudere, anche perché siamo zona turistica”. Il centro commerciale porta soldi e turisti, e l’economia urbana non può che giovarne. “Siamo in un’economia di mercato”, è il capitalismo, bellezza!
Le liberalizzazioni degli orari hanno progressivamente ridotto il tempo libero (dove “libero” deve intendersi non soltanto come non occupato dal lavoro individuale ma nemmeno dal consumo). Prima si è cominciato ad aprire i supermercati saltuariamente di domenica, poi si è approdati all’apertura domenicale fissa, infine si è passati ad aperture eccezionali a Natale, a Pasqua, a Capodanno. Persino il 25 aprile, la Festa della Liberazione e il Primo Maggio, Festa dei Lavoratori, quasi con una triste e cinica ironia. Alcune grandi catene hanno addirittura pensato di introdurre l’apertura di ventiquattro ore, sull’esempio degli Stati Uniti, dove ormai è da tempo una prassi consolidata. L’Italia in questo campo, come direbbero i cantori del “progresso” neoliberale, non è “rimasta indietro”: siamo l’unico paese in Europa a non aver nessun tipo di restrizione sugli orari degli esercizi commerciali. E laddove esistono ancora lavoratori recalcitranti ci pensano i contratti flessibili e la minaccia dei licenziamenti “facili” a far loro cambiare idea.
Il valore di scambio colonizza tempi e spazi. Lavora di più, chi può lavorare, perché chi non lavora abbassi le pretese e non sia troppo “choosy”, come diceva un ex ministro in lacrime; e tutti quanti, poi, consumano. E perché questo avvenga nuovi spazi devono essere strappati alla vita comunitaria, a ciò che ne rimane, o alle rare nicchie di ambiente non ancora urbanizzato, per essere messi a profitto dalla produzione-consumo. Supermercati, grandi catene, negozi che contengono altri negozi al loro interno come scatole cinesi, vere e proprie città consumistiche, l’ultima frontiera della grande distribuzione.
L’outlet di Serravalle Scrivia è una delle tante cittadine commerciali – la più grande d’Europa – dove la gente può passeggiare, girando per i negozi attaccati l’uno all’altro, scorrendo di vetrina in vetrina, arrivando a mani vuote e andandosene, al calar del sole, carica di buste gonfie di merce acquistata in saldo. È l’esemplificazione perfetta di come il capitalismo abbia colonizzato tutti gli spazi e tutti i tempi di esistenza, e di conseguenza l’immaginario e le (in)coscienze. Probabilmente, molti di coloro che la domenica sono immersi nella gioia effimera della liturgia consumistica, il giorno dopo dovranno tornare a lavorare in un altro centro del consumo. Turni massacranti, contratti flessibili, con la minaccia del licenziamento o del mancato rinnovo, che il capitalismo postmoderno costringe ad accettare quasi con un senso di colpa, perché il lavoro è poco e chi ce l’ha deve essere grato e non fare tante storie. Ma quando non si lavora non si riesce a fare nient’altro che far lavorare altri, i quali producono non per quello di cui la società umana abbisogna, ma perché altri possano consumare. E tutto si svolge in questa turnazione, dove il lavorare-per-il-consumo si alterna al consumo: il valore di scambio forgia per intero le nostre vite. Si arriva al paradosso che se anche esistessero turni e orari più umani, molti non saprebbero che farsene, se non trascorrere il tempo in qualche grande catena, in un fast-food o in un parco divertimenti, con tutta la famiglia al seguito. Perché la colonizzazione dei luoghi e dei tempi non è qualcosa di meramente negativo, che sottrae ai luoghi e ai tempi liberi, ma è la loro modulazione, definizione, la loro stessa creazione e ideazione.
Un esempio illuminante è la mutazione della piazza – e l’Italia urbana, si può dire, si è fondata sulla piazza. Da centro e fulcro della vita pubblica cittadina sia religiosa (la chiesa) che laica (Il Comune, la Prefettura, ecc.) a non-luogo, simulacro di se stesso per attrarre turisti. La piazza, nella postmodernità, ha perduto la sua centralità come luogo della vita comunitaria e politica della popolazione urbana (anche perché praticamente non esiste più una vita comunitaria e politica). Le piazze d’Italia, nella loro magnificenza ereditata dal passato, sono state riadattate a luogo di semplice transito pedonale, “appoggio” per i locali, i bar e i ristoranti che vi si affacciano invadendola con i loro tavolini, cartoline turistiche, parcheggi (a pagamento) dove depositare l’auto per recarsi a lavorare o a consumare. Non più centri del pubblico, del collettivo e del politico, ma propaggini del mercato, del profitto e dell’individualistico.
Non bastano, quindi, le sacrosante rivendicazione lavorative, soltanto simulate dai sindacati e di cui oggi ci sarebbe bisogno urgente; per sfuggire alla morte civile e ripensare a un’autentica ribellione alla costellazione capitalistica odierna bisogna ridefinire gli spazi e i tempi, modellati dalle esigenze del profitto e del consumo, sulla base di istanze non consumistiche e non capitalistiche, di vita associata e di politica intesa nel suo più alto significato.









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31 mag 2017

Carità di Stato*

Lo hanno chiamato “Reddito di inclusione” il contributo del governo per le famiglie al di sotto della soglia di povertà assoluta, che dovrà sostituire il precedente “Sostegno per l’inclusione attiva”. Al di là del lessico, si tratta di qualche leggero ritocco che lascia inalterata la sostanza.
Rimane la concezione dell’assistenza pubblica come “carità di Stato” che ha sostituito lo Stato sociale. Si tratta di un contributo che potrà servire soltanto, nel migliore dei casi, ad alleviare la condizione di sofferenza di una parte ristretta di popolazione, senza però mutare di una virgola gli equilibri economici.
Già il nome tradisce una falsa coscienza dei suoi propugnatori, infatti l’“inclusione” che viene proclamata come scopo del sussidio, il quale dovrebbe mirare al reinserimento nel lavoro, non si dà poi concretamente; sono del tutto assenti politiche per il lavoro, per la riduzione della disoccupazione e per l’aumento dei salari. Se permangono le condizioni che determinano uno dei livelli di disoccupazione più alti di tutta la storia dell’Italia repubblicana non si capisce in che modo il contributo dovrebbe “includere” i poveri a cui sarebbe destinato.
Per di più, nel frattempo, il governo intende tagliare la spesa: quindi da un lato si dà denaro ai poveri, dall’altro glielo si toglie attraverso la contrazione dei servizi pubblici. È il solito gioco a somma zero (se non addirittura in positivo per il bilancio pubblico e in negativo per l’economia, in ossequio alle norme del Patto di Stabilità e del Fiscal Compact) che sposta fondi da una parte all’altra.
Il “Reddito di inclusione” è solo una delle tante varianti di integrazione del reddito. Questa si basa su tre impliciti assunti, ovvero: a) che permarrà sempre un certo livello di disoccupazione, b) che ci sarà sempre una fascia di popolazione con un reddito insufficiente e c) che la povertà e la disoccupazione saranno, per questa fascia di popolazione, caratteri cronici.
Poiché i suddetti tre punti sono considerati “naturali” e imprescindibili, lo Stato deve rinunciare a contrastarli, limitandosi ad attutirne gli effetti. È più o meno lo stesso concetto alla base dei cosiddetti “ammortizzatori sociali” del social-liberismo: invece che garantire la sicurezza e condizioni minime per i lavoratori lo Stato può solo “ammortizzare” i danni provocati dal mercato sregolato. Si osservi che ciascuno dei precedenti tre punti corrisponde a un preciso interesse delle classi capitalistiche, cui lo Stato dichiara implicitamente di non opporsi e anzi di dare pieno spazio: per quanto riguarda a), infatti, come sapeva bene Marx, il capitale ha bisogno di un “esercito industriale di riserva”, una massa enorme di disoccupati cui attingere all’occorrenza. Inoltre un alto livello di disoccupazione rende i lavoratori deboli contrattualmente di fronte alle richieste dei capitalisti. Infine b) e c) corrispondono a rapporti economici totalmente sbilanciati a favore del profitto in assenza di tutele giuridiche per i lavoratori e le fasce più deboli e quindi di costrizioni per il capitale. In altre parole, l’integrazione del reddito è l’accettazione dei rapporti capitalistici, in particolare nella loro versione neoliberista.
Un altro esempio di integrazione del reddito è la Legge Hartz tedesca, voluta dai socialdemocratici e applicata anche dai conservatori. Essa prevede l’obbligo per il sussidiato di accettare qualsiasi lavoro a qualsiasi condizione, pena la perdita del sussidio. In questo caso la variante tedesca determina anche, oltre che la sanzione di dati rapporti capitalistici a favore del capitale, l’arretramento delle condizioni salariali, poiché mina ulteriormente il potere negoziale dei lavoratori: l’imprenditore è libero di rifiutare di assumere il prestatore di lavoro, ma quest’ultimo è costretto ad accettare qualsiasi impiego; il lavoratore è sempre esposto alla costrizione del bisogno, ma in questo caso si aggiunge una nuova costrizione, cioè il ricatto dello Stato.
Questo punto della legge Hartz, bisogna notare, è ripreso in numerose formulazioni del Reddito di Cittadinanza, che è la variante più famosa e punto principale del programma economico del Movimento Cinque Stelle (ma non solo). Il Reddito di Cittadinanza è un sussidio che dovrebbe estendersi o a tutti, oppure, un po’ meno irrealisticamente, a tutti i disoccupati. Tuttavia nella sua essenza non muta e prevede sempre l’accettazione del quadro economico dato. Non è un caso se il dibattito pubblico sull’integrazione del reddito, soprattutto sul Reddito di Cittadinanza, è diventato centrale solo in una fase storica in cui il capitale è in una condizione di massima forza e il lavoro in una di massima debolezza.
Può sembrare strano, oggi che anche la sinistra ha assunto l’integrazione de reddito, in tutte le sue varie forme, come il faro del proprio orientamento programmatico sull’economia e sul lavoro, ma Friedrich Von Hayek, il massimo teorico del neoliberismo, ne parlava già e ne auspicava l’introduzione, non per scopi filantropici (che in realtà, come si è visto, nascondono una falsa coscienza)  ma perché “i poveri non raggiungano un grado di disperazione tale da rappresentare un pericolo fisico per le classi ricche”. Quello che spinge Hayek a proporre un sussidio di povertà è una concezione integralmente di classe. Non si tratta di eliminare la povertà, cui Hayek, come qualsiasi liberista (che sia col suffisso liberal- o social-) non è interessato, ma di impedire che i poveri sprofondino in una condizione tale da alimentare un malcontento sociale foriero di instabilità politica, quando non addirittura di una rivoluzione o un “pericolo fisico” per le classi dominanti.
E qui veniamo all’ultimo scopo dell’integrazione del reddito, che è, come gli altri tre, di classe, ma a differenza di essi principalmente politico: il controllo delle classi subalterne e la difesa delle condizioni politiche di conservazione del capitalismo.
Da quanto detto emerge come l’integrazione del reddito, in tutte le sue forme, non miri affatto a ridurre la disoccupazione o la povertà come dichiara, ma serva soltanto a sancire rapporti economici capitalistici in una condizione di forza per il capitale, sia dal punto di vista economico che politico. Che più o meno tutte le grandi formazioni politiche italiane lo abbiano incluso nel loro programma dovrebbe essere un dato molto indicativo.















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